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L’opinione: famiglia di cinesi affiliata a Conad del Tirreno, una storia che dovrebbe essere uno stimolo per uscire dal nostro provincialismo

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Dal comunicato di Conad del Tirreno: “Dieci anni fa, il dieci ottobre 2005, in San Lorenzo a Firenze apriva un Conad City, uno dei primi nel centro storico. I proprietari erano due pionieri dell’imprenditoria cinese in Italia, Chang Chien Hua e Hu Hai Ping, marito e moglie, che già gestivano lo storico ristorante Peking in via del Melarancio. Decisero di rivolgersi a Conad per aprire una nuova attività commerciale. Oggi, assieme alla figlia Valentina Chang, sono un punto di riferimento per il quartiere di San Lorenzo, il cuore pulsante della città, a servizio dei residenti, dei tanti turisti e  degli altri commercianti  della zona. Un esempio di integrazione che ha superato ogni difficoltà, generando occasioni di reciproca conoscenza e arricchimento, promuovendo i valori delle rispettive culture e tradizioni, offrendo un servizio completo, di qualità e sempre disponibile  dalle 8 alle 21, sette giorni su sette.  “Se non si fa un giro per San Lorenzo, non si può dire di essere stati a Firenze”, perché questa zona della città è il territorio dei Medici, con il loro palazzo, la biblioteca, il mausoleo. Ed è qui che tra i sapori della tradizione locale e i saperi della storia, oltre le bancarelle del mercato, l’ombra della Basilica e la chiesa dei Medici, il Conad City è l’esempio vincente di un modello a cui Conad ha contribuito in maniera determinante. Già, perché Valentina, e prima di lei i suoi genitori, sono diventati imprenditori e hanno potuto aprire un’attività commerciale di successo proprio grazie alla collaborazione di Conad.

“Siamo grati a Conad per averci offerto questa opportunità”, sottolinea Valentina Chang. “Dieci anni fa non avremmo potuto aprire un negozio da soli: crediamo di avere contraccambiato contribuendo al meglio allo sviluppo economico di questa parte della città. Siamo per il dialogo, per la conoscenza reciproca, per la collaborazione con tutti coloro che hanno capito e colto i vantaggi di questa relazione. Il nostro auspicio è che l’intera comunità cinese possa integrarsi sempre più e al meglio nella comunità fiorentina”.”

Questa nota stampa è arrivata dall’ufficio comunicazione di Conad che, giustamente, da conoscenza alla business community di un evento (una festa per il decennale di affiliazione della famiglia Chang tenutasi il 10 Ottobre a Firenze)  che, in una Italia odiosamente provinciale,  celebra un esempio di integrazione.

In Francia ed in Spagna gli stranieri che scelgono come mestiere quello di affiliarsi a famose catene di supermercati (Monoprix, Franprix, A2pas in Francia; Spar, Eroski in Spagna) è la assoluta normalità: una percentuale rilevantissima di affiliati, soprattutto negli ultimi 10 anni, è rigorosamente straniera e di varie provenienze (arabi per la maggior parte, ma anche cinesi e sud americani). Se l’Italia, nonostante l’oggettivo moto di rinascita, fa ancora fatica ad uscire dal suo stato di catalessi sociale ed economica è anche per la sua incapacità di vivere in maniera serena l’interrelazione con le culture differenti. Ahinoi il bieco provincialismo (perché chiamarlo razzismo sarebbe improprio) che domina più o meno dappertutto, e trasversalmente in tutte le generazioni, almeno al di sopra dei 40 anni è presente e, in un mondo globalizzato, rappresenta un limite di crescita .

“Com’è possibile che uno straniero tagli un prosciutto di Parma!”; “Sarebbe credibile un cinese che ti consiglia un parmigiano reggiano di un tipo piuttosto che un altro?”; “Com’è possibile lasciare la nostra tradizione nelle mani di chi è venuto da lontano e senza la conoscenza della nostra cultura?”.

Sono le domande, o le affermazioni (a carattere negativo) che saremmo obbligati ad ascoltare se rivolgessimo la domanda alla maggior parte dei manager che popolano il mondo del Mass Market Retail.

Il limite, va riconosciuto, è prima di tutto istituzionale: è lo Stato il primo a non saper gestire una integrazione compatibile (per quanto possibile ovviamente) tra la nostra cultura e le più differenti. In Germania, per avere un permesso di soggiorno (anche familiare) devi sapere il tedesco! E’ solo un esempio, però la realtà è che, non avendo mai avuto un Stato che facesse da vero filtro nei confronti di una immigrazione senza sosta, noi vediamo con esagerato sospetto qualsiasi razza che non sia la nostra, se economicamente più debole. Questo, alla fine della filiera sociale, si trasforma un errore macroscopico, anche in termini di Business. Il punto di partenza dovrebbe essere (come succede in Spagna  dove lo scrivente ha certezza delle dinamiche del mondo retail) quello di non giudicare pregiudizialmente chi si candida ad affiliarsi, bensì se esistono oggettive condizioni ostative alla creazione del Business.

La popolazione cinese residente in Italia sta occupando vari settori di mercato (parrucchiere, bar) perchè sono incentivati dall’incasso giornaliero. Non hanno problemi di orari, non hanno problemi di dipendenti (spesso sono familiari) ed affrontano con estrema convinzione il dovere del lavoro. Dalle parole degli imprenditori cinesi affiliati a Conad si evince che il medesimo affiliante li ha aiutati nella start up; l’affiliato ci ha creduto, si è sacrificato ed ha ottenuto il suo posto nella società. La piazza di riferimento è Firenze, piena di turisti, di persone abituate a vivere nell’integrazione (si pensi agli Stati Uniti), e la sfida non avrà trovato come antagonista il provincialismo, orribile virus italiano. In un’altra città, con ogni probabilità, così come succede nei bar o nei negozi estetici, il locale sarebbe stato frequentato indifferentemente da italiani e stranieri, forse il medesimo assortimento sarebbe stato allargato a qualche referenza di base delle diverse culture. Le tensioni nelle commissioni di affiliati (altro virus della GDO italiana) probabilmente non sono alimentate dall’affiliato cinese. Le ore che questa famiglia lavorerà dentro il negozio saranno possibilmente moltissime, insomma una diversa cultura è in grado, talvolta, di dare valori aggiunti che non appartengono alla nostra cultura.

In Spagna molti piccoli negozi di prossimità sono di proprietà di arabi; in Germania nei punti vendita Rewe ed Edeka è normale, anzi normalissimo, vedere delle ragazze con il velo a volto semi coperto alla cassa.

Sono tutti dalla parte del torto?

Se la Grande Distribuzione ha davvero voglia di fare sviluppo esca per una volta dagli stereotipi classici della ricerca dell’affiliato ed inizi a far funzionare gli ingranaggi del cervello.

 

 

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Dott. Andrea Meneghini

Analista ed esperto di Grande Distribuzione alimentare.E’ un attento osservatore delle dinamiche evolutive dei format discount e supermercati in Italia ed in Europa. Opera come manager per alcuni gruppi alimentari sullo sviluppo all’estero, soprattutto nord Europa e Medio Oriente. Ha scritto il libro per la catena Lillo Spa “Vent’anni di un successo”.

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