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Centomila nuovi posti di lavoro nell’alimentare

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L’industria alimentare si candida a locomotiva della ripresa economica italiana promettendo 100mila nuovi posti di lavoro entro un quinquennio e un export in crescita del 50% a 50 miliardi. Una promessa vana? No, perchè dall’inizio della crisi «la produzione dell’industria alimentare – ha spiegato ieri il presidente Luigi Scordamaglia, all’assemblea annuale di Federalimentare convocata a Expo sul tema “Uniti si vince” – ha dato grande prova di solidità: dal 2007 ha perso solo 3 punti percentuali, a fronte dei 24 lasciati sul campo dall’industria nel suo complesso. Mentre l’export è balzato del 49,5%, contro il +9,9% di tutto il manifatturiero. Anche sul fronte occupazionale abbiamo fatto meglio: abbiamo perso appena 20mila posti di lavoro a fronte di circa un milione dell’industria».

Nel 2014 l’export ha guadagnato terreno con un +3,1% e quest’anno dovrebbe avanzare di oltre il 5% intorno ai 35 miliardi considerando i prodotti agricoli. Il peso delle esportazioni sul fatturato dell’alimentare italiano è ancora contenuto (20,5%) se raffrontato a quello di Spagna (22%), Francia (28%) e Germania (32%).

Per mantenere l’impegno dei 50 miliardi entro il 2020 l’industria alimentare dovrebbe crescere al ritmo medio annuo composto del 5-6%. Ma non basta la volontà delle nostre imprese per centrare l’obiettivo: bisogna vincere contestualmente alcune sfide come l’internazionalizzazione (compresa la ricerca di piattaforme commerciali), la riduzione delle barriere non tariffarie (dipende dai rapporti tra Ue e singoli Stati, come il Ttip), la lotta alla contraffazione e all’Italian sounding. Inoltre «non ci serve un’Europa divisa a metà – ha aggiunto Scordamaglia – che lascia la competenza sugli Ogm ai singoli Stati. Mentre serve lasciare da parte le contrapposizioni con le organizzazioni agricole: per esempio quella sull’aumento del limite minimo di succo d’arancia nelle bibite che porterebbe alla delocalizzazione produttiva o quell’altra battaglia contro l’import di materie prime di cui non disponiamo».

Scordamaglia ha dato atto al Governo (Renzi era seduto in prima fila) di aver spinto il processo d’internazionalizzazione del nostro agroalimentare, nonostante la spending review, con 70 milioni di euro destinati alla promozione e alla difesa del made in Italy agroalimentare.

Ora però al Governo «chiediamo di portare avanti riforme strutturali e durature per rendere ancora più competitivo il nostro settore: il Jobs Act è stato un primo importante cambio di passo, ma ora servono una politica fiscale che non deprima i consumi domestici e favorisca gli investimenti e una burocrazia meno farraginosa e autoreferenziale. Il suo scopo è servire il Paese: se lo manca, dovrebbe andare a casa». Sul freno della burocrazia Scordamaglia si è dilungato: «Il governo adotta dei provvedimenti ma poi i decreti attuativi sono affidati a una burocrazia pigra e inefficiente. O al contrario, la reverse charge è stata pensata da qualche burocrate ma poi per fortuna il governo non lo ha difeso in modo particolare». E poi: «In Russia e in Africa servono pochi mesi per realizzare un progetto industriale, in Italia servono degli anni, sempre che si riesca. C’è nel nostro Paese una diffusa cultura anti-industriale che si percepisce nelle sentenze della magistratura e negli atti delle Autorithy».

Nel suo intervento il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha preferito non entrare nel merito delle questione («le discuteremo nei tavoli tecnici») ma ha fatto due riferimenti precisi. Sul sistema britannico dei semafori sulle etichette degli alimenti (alcuni colori segnalano la presenza di grassi, zuccheri o sale) Renzi ha detto che si tratta di «norme stupide… La storia dei semafori alimentari grida vendetta» riferendosi al dibattito all’interno della Ue con un blocco di Paesi del Nord Europa che spinge sulla definizione di profili nutrizionali per ciascun alimento, mentre l’Italia, insieme ai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ne contesta la validità scientifica. Londra ora è a rischio infrazione.

L’altra questione è quella della valorizzazione di quello che facciamo di buono. «Non voglio fare nomi – ha scherzato Renzi – cioè la Francia. È possibile che il nostro vino, che è superiore a quello francese, goda di quote di mercato a livello internazionale decisamente inferiori (l’export italiano è di 5 miliardi, quello francese di 7,5 ndr)? Questo forse da una parte è colpa dei produttori ma dall’altra c’è chiaramente un problema di sistema. Bisogna arrivare a fare questa cruciale riforma strutturale, e cioè tornare a parlare bene del nostro paese, a esserne orgogliosi».

[Via IlSole24Ore]

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