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Il patron di Esselunga Caprotti batte i figli anche in Tribunale

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Si aggiunge un nuovo capitolo nella saga che ha come protagonista il patron di una delle catene di supermercati più grandi d’Italia: Esselunga, un gruppo con oltre 20 mila dipendenti e un fatturato da 6,957 miliardi (nel 2013). Bernardo Caprotti, 90 anni il prossimo ottobre, ha ottenuto ragione anche nell’azione giudiziaria civile promossa dai figli Violetta e Giuseppe presso il Tribunale di Milano. La sentenza è di venerdì scorso.

Al centro della causa civile vi erano le stesse richieste oggetto del lodo arbitrale sulla proprietà delle azioni del gruppo, che nel 2012 ha dato ragione al padre. I figli avevano ricorso in Appello, ma nel marzo scorso la Corte aveva confermato con una sentenza di 45 pagine, depositata a luglio, le conclusioni del lodo arbitrale. I figli hanno quindi fatto ricorso in Cassazione e l’udienza potrebbe essere convocata a breve. Intanto Caprotti padre, difeso dagli avvocati Salvatore Trifirò, Massimo Dattrino e Giorgio De Nova, ha incassato l’ulteriore vittoria sul fronte civile. Venerdì scorso il Tribunale di Milano ha dichiarato «improcedibili tutte le domande esperite da Giuseppe e Violetta Caprotti nei confronti del padre Bernardo ad eccezione di quelle di usucapione e di decadenza dell’usufrutto», che la sentenza considera «infondate».

Il cuore della vicenda sta negli accordi del 1996 tra Bernardo Caprotti e i figli: una scrittura privata in cui si stabiliva che le azioni del gruppo erano intestate a Violetta e Giuseppe in via meramente fiduciaria e potevano essere reintestate al padre senza alcun avviso o preavviso, con una semplice comunicazione alla società fiduciaria. In quell’anno Caprotti aveva deciso di procedere a una razionalizzazione del gruppo: con una serie di operazioni, il 92% della holding che controlla Esselunga è diventato di proprietà di Unione Fiduciaria, che aveva ricevuto mandati fiduciari di gestione dai tre figli. Lo scopo era trasmettere ai discendenti buona parte del patrimonio come anticipo sull’eredità. La scrittura privata attribuiva la holding, formalmente intestata a Unione Fiduciaria, in usufrutto al padre e ai figli in proprietà. E così è stato fino al 2011 quando Bernardo Caprotti ha chiuso il contratto fiduciario e ha ripreso il pieno controllo delle azioni di Supermarkets Italiani.

I figli non l’hanno presa bene e hanno avanzato una richiesta di sequestro giudiziario delle azioni, che è stata rigettata. A quel punto il padre è ricorso all’arbitrato, secondo la clausola compromissoria contenuta nelle scritture fiduciarie del 1996. Le tappe successive sono cosa nota. Il collegio arbitrale composto da Pietro Trimarchi, Natalino Irti e Ugo Carnevali ha dichiarato nel 2012 la piena ed esclusiva proprietà di Bernardo Caprotti delle azioni Supermarkets Italiani e la validità, efficacia e legittimità delle istruzioni date a Unione Fiduciaria nel 2011 per ottenere la reintestazione dei titoli. Decisione confermata dalla Corte d’Appello. Ora il Tribunale di Milano respinge l’azione di Violetta e Giuseppe perché quasi tutte le domande poste nei confronti del padre sono già state giudicate davanti agli arbitri e dunque vanno dichiarate improcedibili visto che il lodo non è ancora passato in giudicato ma hanno lo stesso oggetto.

Mentre le domande nei confronti di Unione Fiduciaria sono «infondate» perché si deve riconoscere che la società ha agito «in forza di istruzioni impartite sulla base di una procura realmente esistente». Rigettata l’azione civile, il Tribunale di Milano ha condannato Giuseppe e Violetta Caprotti a pagare le spese legali, per un totale di circa 200 mila euro. Ora dovranno valutare se fare ricorso, in attesa di sapere cosa avrà deciso la Cassazione.

Fonte: Corriere della Sera

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Claudio Zannetti

Consulente commerciale e marketing di esperienza pluridecennale nel settore non food. Ricopre il ruolo di referente commerciale di GDONews per il nord Italia.

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