GDO News
Nessun commento

Parmacotto al capolinea? 132 mln debiti. Chiusura stabilimento

12784PARMACOTTO

Chi pagherà la ristrutturazione della Parmacotto? Non solo i creditori, ai quali verrà chiesto di cancellare parte dei loro crediti. Ma anche i lavoratori. Nel concordato che la società di Marco Rosi sta preparando, verranno infatti chiesti molti sacrifici ai dipendenti. E alla fine resterà un’azienda più piccola dell’attuale.
Parmacotto ha depositato in Tribunale la domanda di concordato in bianco, un congelamento dei debiti per il tempo di preparare la proposta del concordato vero e proprio.
Parmacotto ha chiuso il 2013 con debiti per 132.138.633 euro, cifra cresciuta negli ultimi anni. Nel 2011 i debiti erano 27,5 milioni in meno. L’ultimo bilancio, quello 2013, da poco approvato, registra una importante diminuzione dell’attivo patrimoniale, da 150 a 119 milioni di euro. Gli ultimi anni hanno visto il progressivo calo dei ricavi lordi: 125 milioni nel 2010, 118 nel 2011, 119 nel 2012 e 113 milioni l’anno scorso.

I contenuti del concordato che Parmacotto proporrà fra qualche mese sono già stati abbozzati: “la società ha già delineato le principali linee guida poste alla base del perimetro industriale, le cui assunzioni, in estrema sintesi, evidenziano la sussistenza di un perimetro industriale di dimensioni più ridotte”, si legge nei documenti consegnati al giudice fallimentare. Parmacotto vuole continuare a sfruttare il proprio marchio con “indirizzo fondamentale la focalizzazione su un target della clientela a più alta marginalità, con una conseguente riduzione del fatturato sia domestico che estero”. Meno prodotti, ma più cari.

Come si fa a salvare un pezzo di Parmacotto? “Si ipotizza nel corso del 2015 una serie di oneri straordinari e un necessario utilizzo, fin dai primi mesi dell’anno prossimo, della Cigs. È stato altresì ipotizzato l’utilizzo a rotazione delle procedure di Cigs del monte salari (esclusi i dirigenti)”. È annunciata anche la riduzione del numero dei dirigenti.

Parmacotto dichiara un organico di 300 dipendenti circa, distribuiti fino a pochi mesi fa in quattro siti, oltre a Marano, due siti a San Vitale Baganza e uno a San Giminiano, nel senese. Ora ne restano solo due: a inizio 2014 Parmacotto ha venduto l’azienda Piacenti di San Giminiano e negli stessi mesi ha disdettato l’affitto dello stabilimento di San Vitale dove stagionava prosciutti crudi.

Nei progetti della società in crisi è previsto anche lo “spostamento di linee operative e logistiche in altri siti al fine di rendere più razionale la produzione e il flusso dei prodotti in lavorazione finiti”. Quale altro stabilimento abbandonerà Rosi? San Vitale o Marano?

Dalla domanda di concordato preventivo si scopre che la sede della Parmacotto a Marano non appartiene alla società. Il complesso di Marano è la sede di rappresentanza dell’azienda di Rosi, dove sono gli uffici, il magazzino, le catene di confezionamento degli affettati e dove è concentrata la logistica. Venne costruita nonostante molte polemiche ed una serie ricorsi legali avanzati dai residenti della zona – che hanno visto trasformare un terreno a destinazione agricola in area industriale. Si pensava fosse della Parmacotto, invece appartiene ad un’altra società: Parmacotto dichiara che “recentemente, nel 2010, ha preso in affitto un immobile nel quale ha trasferito la sede legale in via Felice da Mareto, Marano – Parma”. Eppure, sempre nel concordato, Parmacotto dichiara pure di aver investito direttamente e molto in questa struttura.

Ma come è arrivata, la società di Marco Rosi, alla attuale crisi? Nelle carte del concordato la colpa è data alla crisi dei consumi, in Italia e all’estero. Ma è implicita una responsabilità dei vertici dell’azienda, che hanno speso – e molto – prevedendo un mercato sempre in espansione. E non ci hanno indovinato per nulla.

“Parmacotto – dichiara Rosi al Tribunale – ha impostato una politica di sviluppo sul fronte della capacità produttiva con la costruzione di un centro di affettamento ideato per un mercato ed una domanda in espansione che oggi è sottoutilizzato con la conseguente ripercussione sui costi. Numerosi ed importanti sono anche gli investimenti fatti per allargare a nuovi mercati e internazionalizzare l’azienda”, in particolare promuovere il marchio e creare reti di vendita all’estero hanno “appesantito la struttura societaria con costi che, a causa del ben noto contesto generale dei consumi e delle marginalità, hanno portato ad un fatturato per questi Paesi con profittabilità più bassa”. “Costi strutturali ed operativi hanno sbilanciato alcuni parametri dell’azienda in questi anni”.

“È fatto notorio come la fase di recessione dell’economia, partita come crisi finanziaria, è poi diventata una crisi dell’economia reale che, dal 2010, ha toccato un po’ tutti i settori, in termini di contrazione della domanda prima e di riduzione dei margini poi. Il prolungarsi in questi anni della crisi economica ha toccato anche i settori fino a quel momento ritenuti anticiclici come quello alimentare. In questo quadro, di un mercato in crisi, Parmacotto ha sostanzialmente mantenuto invariato il proprio volume di vendita che in questi anni, almeno sino all’anno 2013, quando si è verificata invece una riduzione del fatturato”.

[via parmaq]

Dati dell'autore:
Ha scritto 516 articoli
Dott. Alessandro Foroni

Esperto di sociologia, organizza reti vendita e merchandising a livello nazionale, prepara i funzionari alla negoziazione con il trade.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi contrassegnati sono obbligatori *

ARTICOLI CORRELATI

Torna su