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Sharing Economy 2: i modelli partecipati

dibattito

Ho letto con grande interesse l’articolo di fondo su “Nova24” – (inserto de Il Sole24 del 28 settembre scorso – autore GP Coletti) – circa il fatto che sempre più imprese al mondo adottano il “modello partecipato”, una “sharing economy” portata nella gestione operativa e quotidiana dell’azienda. (Spero siate riusciti a recuperare il numero che vi avevo già consigliato due settimane fa); proverò a riportarne il senso dato che mi colpisce positivamente, e mi fa piacere leggere queste notizie, come le aziende  stanno trasformando internamente i loro modelli organizzativi.

Le aziende “sharing”, definiamole così, sono organizzazioni che stanno mutando verso una complessità che tenta di non avere solo una direzione operativa dall’altro verso il basso,  ma che dialoga  – in termini di processo  – in modo orizzontale; è un’organizzazione che “dialoga” dicevo, quindi fa proprio uno dei primari principi della comunicazione: l’ascolto. Sono organizzazioni davvero orientate al cliente che grazie a connessioni costanti, vere, in “community di rete”, realizzano prodotti e servizi  proprio in funzione della capacità di adottare al loro interno logiche di gestione delle informazioni di processo  – e quindi di potere – distribuendole in modo orizzontale. Ma attenzione: nell’articolo si sottolinea anche come nelle aziende “sharing” il controllo – benché non verticistico – è nel processo, nella capacità di assumersi forti responsabilità in quanto per funzionare bene ed in modo efficace, deve essere totale. Managerialità specializzata e livellata verso l’altro.

E’ evidente che, nelle piccole realtà, questo nuovo paradigma organizzativo, troverà più facile accesso che nelle grandi aziende, anche se, per comodità di esempio e di conoscenza, vorrei partire da quelle poche gradi multinazionali conosciute che hanno iniziato questo percorso: ho già avuto occasione di scrivere di come questa pratica di “imprenditorialità orientata”  ha avuto successo in Google;  da tempo i manager consentono ai propri collaboratori di utilizzare il 20% del loro tempo  - in assoluta libertà – per l’attuazione di idee imprenditoriali. Libertà intesa come “….. fai pure ciò che vuoi, vai dove vuoi …”;  questo 20% è libero, non verticistico, lo si usa senza vincoli di subordinazione se non nel risultato che il gruppo è tenuto a produrre.

La novità sta nel fatto che se io sono libero di organizzarmi, avrò nuovi stimoli per essere parte integrante di un processo e sarò io a cercare i compagni giusti con cui lavorare, se e come innescare nuove reti necessarie, facendo appunto sharing del mio modello organizzativo; si va verso l’ascolto del collega che può generare  - in libertà e con creatività  - nuovi spazi, fino all’ascolto diretto verso il consumatore finale, vero protagonista della vita futura di una azienda. Si scommette nel futuro sull’ascolto di tanti e non sul potere decisionale di pochi: accidenti, leggendola così sembrerebbe una novità davvero importante e curiosa.

Gli strumenti da mettere in campo sono ovviamente digitali; qui è evidente una minaccia: siamo molto lontani da un utilizzo digitale al 100% della nostre strutture di comunicazione e di processo. Ma serve non solo tecnologia, serve chi la sa sfruttare; le tecnologie da sole, lo sappiamo, non possono fare nulla senza una managerialità culturalmente pronta. E forse la difficoltà maggiore sta proprio qui; anche se conosco qualche sporadica realtà che per dimensione e freschezza intellettuale dei propri soci/manager, tenta di  gestire il proprio personale con assoluta trasversalità, lasciando agli stessi il tempo per creare nuovi spazi e scenari non nelle canoniche riunioni ma in gruppi di lavoro autonomi, fatti di eccellenze; gruppi pieni di diversità purché in grado di creare nuovi scenari con nuovi prodotti in nuovi processi aziendali, in contesi vecchi, obsoleti e tendenzialmente   ripetitivi.

E’ ancora poco ma è da queste novità  che si deve partire; rileggendo alcuni passaggi di un libro  -che tempo fa avevo caldamente consigliato, (chi sarà il prossimo Steve Jobs? di N.Bushnell-G.Stone), si raccontava come avevano creato delle vere e proprie catene creative, spostando l’attenzione dello sviluppo di un prodotto in processi sempre più corti, sempre più snelli, poco burocratici per evitare gli inquinamenti dei “signor no”;  volete favorire la creatività e l’innovazione nelle aziende? Accorciate i processi decisionali purché sotto controllo.

 

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Stefano Gennari

Esperto di Formazione ed Organizzazione aziendale. E’ un selezionatore del personale per imprese. La società Selezione ORA Sas è specializzata in corsi di formazione per manager e consulenti.

2 COMMENTI
  1. Gianluca Mazza

    Mi iene in mente anche il caso Lego ideas
    https://ideas.lego.com/

    dove i clienti/appassionati sviluppano i prodotti e li votano e poi … molto probabilmente li acquistano.

    Sono modelli di impresa affascinanti ma la nostra Italia mi sembra così lontana …
    Quanti dei nostri imprenditori si concentrano sul modello di impresa e sul potenziamento delle risorse umane piuttosto che sul prezzo prossimo prodotto o sui costi del personale?

  2. Stefano

    Caro Gianluca. Grazie per il tuo intervento e per la tua segnalazione.

    E’ vero, facciamo sempre riferimento ai modelli stranieri. L’Italia è decisamente un po’ lontana. Ci sono piccole realtà impegnate in tal senso, ma piccole e non ancora significative e libere per poter agire così. Una grande realtà che ha fatto sua una certa cultura sulla gestione del personale è la Ferrari. Al volo mi viene in mente la Tecnogym. Altre non saprei; il nostro mercato del lavoro – ed è notizia di ogni giorno – è davvero “imbrigliato in se stesso e non aggiornato, sia nei doveri ma anche nei diritti. Speriamo in qualche buon vento di cambiamento …. chissà.

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