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“Sharing Economy”: nuovi modelli di impresa

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Era la primavera del 1999: “Caro Gennari, il mondo sta cambiando, in fretta;  l’economia sta cambiando molto, dobbiamo imparare un nuovo modo di fare business, dobbiamo imparare a condividere, dobbiamo imparare a non essere degli individualisti e basta, altrimenti ci annienteremo da soli; dobbiamo imparare a condividere i nostri prodotti,  dobbiamo creare alleanze con altri soggetti imprenditoriali per poter dare nuovi servizi, sempre più completi a nostri clienti…. e se nessuno avrà il coraggio di farlo per primo …. sarà il mercato a chiedercelo, saranno i clienti a sollecitarci questi bisogni, sarà la concorrenza; prima lo faremo e prima riusciremo a salvare le nostre aziende; da soli non riusciremo mai“; la solita intuizione di un illuminato imprenditore  - un mio caro conoscente ed uno dei miei maestri di vita – il quale mi stimolava questo ragionamento  su un piano che, lo confesso, era a me conosciuto allora solo come “assetto giuridico cooperativistico”. Invece no, l’intuizione era quella di immaginare un’economia – seppur privata – capace di scambiarsi servizi, di condividere progetti, di compartecipare nella realizzazione dei prodotti; non necessariamente in forma cooperativistica. Confesso la mia difficoltà pratica nel cercare di comprendere bene come avrebbe potuto realizzarsi questa idea.

Oggi questo concetto inizia a farsi strada; è rintracciabile in una sola  parola che,  il solito vocabolo all’inglese, fa capire immediatamente di cosa stiamo parlando: Sharing. Ed ogni volta che sento questa parola, rievoco questo pensiero così illuminante;  proprio domenica scorsa, rileggendo un inserto de Il Sole 24 Ore (che – come sempre – vi invito a recuperare  sull’inserto Nòva24 – pagina 10) ho ritrovato questo tema;  con curiosità e piacere ho letto come grandi aziende stanno iniziando questo livello di collaborazione con risultati interessanti. Vengono citati diversi esempi che vi risparmio, perché vorrei soffermarmi su un concetto che ritengo centrale.

I “ servizi di condivisione “ sono vincenti se portano vantaggio alla “comunità”. Io azienda sono utile se il mio cliente è “veramente” soddisfatto e quindi diventa il vero utilizzatore delle mie informazioni e dei miei servizi. Non è più una logica solo dall’alto verso il basso ma è la comunità sotto che si organizza nel utilizzo dell’informazione per un suo reale bisogno.  I cittadini si mettono in contatto sempre di più tra di loro. E sempre di più condividono informazioni su prodotti e servizi. Intercettare questo scambio ed inserirsi nelle loro richieste diventerà sempre più “vincente”.

Ancora più interessante il fatto che questo sistema cambia anche la terminologia del “mercato di riferimento”. Come recita l’articolo, “i servizi collaborativi” abilitano le persone a mettersi in contatto; per questo si parla di “comunità” e non solo di “clienti”; si parla di esperienza da intercettare e non di “prodotto”, addirittura di piattaforme e non solo di aziende…….

Quindi  “il tempo delle alleanze vere” intuito a suo tempo, anche se in forma diversa, dal mio maestro imprenditore è sempre più vicino;  il concetto di base rimane lo stesso: da soli non andremo da nessuna parte. Le aziende hanno bisogno di trovare veri partner con i quali immaginare nuovi “asset” di riferimento, mettere davvero i cittadini al centro dei servizi e non pensare a questa soluzione come una nuova forma di marketing fine a se stessa.

Voglio concludere dicendo che ogni volta che vedo la ricerca e la valorizzazione dell’aspetto  relazionale, rinasco a nuova vita. In questi anni dove si parla sempre e solo di crisi,  di notizie distruttive e prive di progettualità, quando sento che alcune persone si mettono insieme, ci provano, si “alleano”, sento che – pur nell’individualismo della propria impresa – il germe del senso di  comunità non si esaurisce mai. E questa società potrebbe davvero rinascere.

Per poter fare questo è necessario rimettere “al centro” le relazioni umane. Solo attraverso collaborazioni e relazioni autentiche avremo organizzazioni in grado di apprendere e crescere. Solo attraverso queste  organizzazioni si potrebbero creare nuove persone nella società, nuovi leaders per nuovi scenari futuri.

Nelle prossime pubblicazioni mi riprometto di portarvi alcuni esempi concreti di questa “sharing economy”, anche perché da qualche anno anch’io ci sto provando con alcuni colleghi, alcune volte con successo altre no; ma, questo, è il prezzo dell’innovazione e del cambiamento. Buona settimana e buon “sharing” a tutti.

 

 

 

 

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Stefano Gennari

Esperto di Formazione ed Organizzazione aziendale. E’ un selezionatore del personale per imprese. La società Selezione ORA Sas è specializzata in corsi di formazione per manager e consulenti.

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