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Come non far fallire i supermercati: effettuato uno studio sui fallimenti dal 2008 al 2012 nella GDO

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chiusoQualche settimana fa GDONews ha pubblicato un articolo sui fallimenti delle imprese italiane, evidenziando come, solo nel 2013, il numero delle aziende che hanno dovuto portare i libri in tribunale abbia raggiunto la sorprendente quota di 10.000 unità. Anche il nostro settore, la GDO, ha sofferto e sta soffrendo gravi collassi di aziende che, su tutto il territorio nazionale indistintamente, a causa dell’abbassamento dei volumi e dei margini degli ultimi anni si sono trovate nelle condizioni di vivere di costi eccedenti rispetto ai ricavi e quindi trovarsi nelle condizioni di entrare in amministrazione controllata, non pagare i fornitori, licenziare quadri ed impiegati. Spesso il default inizia da una cattiva gestione del business alla base: i supermercati. Le Ragioni Sociali che sono affiliate, associate ad una centrale cominciano una fase di instabilità che le porta al fallimento, ed un numero indefinito di fallimenti porta al fallimento del Cedi. Prendendo spunto da tale consapevolezza abbiamo rivolto al dott. Di Napoli, analista finanziario AIAF, ed esperto nel ramo della Grande Distribuzione assieme alla società di cui è Partner, la Obiettivo Valore Srl, una serie di domande relative ai default delle aziende della GDO.

D: Dott. Di Napoli, è possibile ricavare, dall’esame delle performance delle imprese fallite della GDO, qualche spunto utile a prevenire in futuro il rischio di default? 

R: Non c’è naturalmente bisogno di una ricerca ad hoc per sapere che le principali cause di fallimento delle aziende commerciali sono legate alla perdita di fatturato, all’assenza di redditività, a livelli di rotazione del magazzino troppo esigui (che insieme portano a crisi di liquidità) e a sovra indebitamento rispetto alle capacità di rimborso. Però in effetti, analizzando i default delle imprese della GDO negli ultimi anni  si può cercare di capire è quali sono i limiti e se ci sono dei punti di non ritorno rispetto alle suddette performance.

D: Questo significa che ci sono aree in cui le performance fra le imprese sane e quelle fallite della GDO sono più evidenti? Come influiscono le dimensioni aziendali in questo senso?

R: Recentemente abbiamo svolto uno studio per una impresa importante che opera nella GDO ed abbiamo quindi analizzato i bilanci di 2.200 società di capitali appartenenti ad aziende sia sane che fallite (nel periodo 2011-2012), che operano (operavano) nella gestione di Supermercati, con un fatturato da 300 mila € (superette) fino ai 30 milioni di € (superstore o gestione di più supermercati). L’esame è stato condotto sui bilanci dal 2008 al 2012 per dare un respiro più ampio all’indagine e nel contempo conferire maggiore significatività ai dati delle aziende fallite, che risultano in numero di 116 (pari al 5,2% del campione).

D: Con quali criteri è stato svolto lo studio?

R: Lo studio è stato condotto su base dimensionale, ripartendo le imprese in tre sotto campioni, in parte sovrapposti, per la difficoltà di inquadrare con precisione le diverse aziende nell’ambito di una specifica categoria:

a)     Imprese di gestione di una o più Superette: fatturato da 0,3 a 4 mln €

b)    Imprese di gestione di uno o più Supermercati: fatturato da 2 a 20 mln €

c)     Imprese di gestione di Superstore o di più Supermercati: fatturato da 8 a 30 mln €

I risultati più significativi di questo approfondimento riguardano le imprese fallite di maggiori dimensioni (segmento c), le quali registrano perdite di fatturato e gap reddituali molto più ampi e marcati rispetto alle aziende sane di analoga dimensione.

D: Quali indicazioni possiamo trarre dai dati dello studio?

R: In primo luogo che la perdita di fatturato è uno degli elementi di maggiore divergenza fra le aziende sane e quelle fallite. Si tratta di un dato che si riflette inoltre sulla capacità di copertura dei costi fissi dell’azienda e quindi in ultima analisi sulla redditività. Abbiamo poi rilevato che le imprese fallite presentano perdite operative, e in generale due punti e mezzo in meno di redditività lorda (EBITDA) rispetto a quelle sane: si tratta di un dato significativo se teniamo conto che i margini del settore sono molto ridotti e come risaputo anche un punto percentuale può fare la differenza.

D: Ci sono dei segnali che vanno tenuti in considerazione?

R: Lo studio ha messo in risalto un fatto curioso per noi tecnici, che sfata un comune dire: che cioè la minore redditività operativa di cui prima accennavo non dipenda dall’entità del margine commerciale (che in media non varia fra aziende sane e fallite) e quindi che le problematiche di tipo reddituale derivino da attività estranee al core buisness. Di fatto osservando il trend del margine commerciale si capisce che però non è così: mentre le imprese sane sono state in grado di mantenere i livelli di marginalità commerciale raggiunti nel passato le aziende fallite hanno costantemente visto ridursi i propri margini di vendita nel tempo.

D: Altri segnali?

R: Oltre al trend peggiorativo del margine commerciale anche costi di struttura delle imprese fallite (personale, servizi, affitti, oneri diversi) erano superiori a quelli delle imprese sane (quasi due punti e mezzo in più sui ricavi), e con un peso in costante crescita: ed alla fine hanno giocato un ruolo rilevante sul default. Naturalmente il crescente peso dei costi di struttura è collegato anche alla costante perdita di fatturato più sopra accennata.

D: La qualità di rotazione del magazzino quanto è importante?

R: E’ molto importante:  le imprese fallite hanno una minore rotazione del magazzino di una volta e mezzo nell’anno rispetto a quelle sane. Tale conseguenza ha amplificato i danni derivanti dai risultati reddituali negativi, portando ad espandere l’indebitamento, fino a farlo divenire insostenibile, e provocando crisi di liquidità, poi sfociate nel fallimento. Anche la variabile finanziaria gioca un ruolo decisivo: si può infatti osservare come le imprese fallite presentino mediamente nei quattro anni precedenti il default una capitalizzazione assolutamente insufficiente (appena lo 0,4%), inferiore di 11 punti percentuali rispetto a quella delle aziende sane. Tale fattore dipende in parte dalle perdite prodotte nel tempo e non ripianate dai soci, e incide direttamente sull’entità dell’indebitamento. Mentre infatti per le aziende sane i debiti incidono per il 25% del giro d’affari, per le società fallite si arriva al 34%, un dato in valore assoluto non allarmante ma sintomatico di un evidente gap di struttura finanziaria. In ultima analisi, perdita di fatturato, riduzione lenta ma costante del margine commerciale e della rotazione del magazzino, costi di struttura in eccesso e scarsa capitalizzazione sono gli elementi economico-finanziari che incidono più di altri sui fallimenti delle imprese che gestiscono punti vendita della GDO.

D: dott. Di Napoli cosa si deve fare per evitare i fallimenti delle ragioni sociale appartenenti alle Centrali di Acquisto?

R: Un regolare presidio delle aree sopradescritte può portare all’individuazione di segnali d’allarme quando ancora non è troppo tardi, quindi consentire di adottare tutti i correttivi necessari in funzione della gravità della situazione. Noi supportiamo le imprese attraverso  una regolare attività di analisi delle performance dei punti vendita, in rapporto ai dati settoriali o a quelli di un campione di competitor specificamente creati ad hoc, partendo dall’analisi dei bilanci (annuale) fino al monitoraggio della regolarità dei pagamenti (mensile, trimestrale) e di altre variabili di natura operativa tipiche del settore e in grado di spiegare gran parte delle performance del punto vendita (fatturato per settore, per metro quadro, per addetto, scontrini medi giornalieri, ecc…). Ci sono, in questo senso, strumenti di analisi operativa-finanziaria, anche di tipo informatico (noi ne abbiamo sviluppato uno ad esempio), che possono aiutare le insegne nel monitoraggio costante dei punti vendita di proprietà o affiliati, oppure soluzioni create ad hoc in funzione delle esigenze della specifica realtà.

 

Chi volesse la relazione del dott. Di Napoli sui “fallimenti dei supermercati: analisi dal 2008 al 2012 sui bilanci di 2.200 società della GDO” la può richiedere GRATUITAMENTE inviando una mail all’indirizzo: info@obiettivovalore.it

 

Dati dell'autore:
Ha scritto 757 articoli
Dott. Andrea Meneghini

Analista ed esperto di Grande Distribuzione alimentare.E’ un attento osservatore delle dinamiche evolutive dei format discount e supermercati in Italia ed in Europa. Opera come manager per alcuni gruppi alimentari sullo sviluppo all’estero, soprattutto nord Europa e Medio Oriente. Ha scritto il libro per la catena Lillo Spa “Vent’anni di un successo”.

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  1. domenico liggieri

    salve. secondo lei,ho un supermarket di 400 mq, in zona centrale,vi lavorano 9 persone,incasso giornaliero medio 4,000 euro, il locale in affitto 2,000 mensile.
    enel 4,000 mensile.il margine lordo è intorno al 16%, quando devo marginare per restare aperto, per non essere costretto anche io a portare i libri in tribunale.
    grazie, distinti saluti

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