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L’arte teatrale nella comunicazione

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arteDopo una breve pausa di riflessione (chissà se vi sono mancato) riprendo il filo dell’analisi delle competenze relazionali. Come vi avevo promesso, ho gentilmente chiesto ad un collega di raccontarci il potere della narrazione nelle nostre organizzazioni attraverso l’arte più antica che l’uomo conosce; quella della rappresentazione teatrale. Ho chiesto a Manuel Reitano, attore, regista e formatore specializzato nella comunicazione, se fosse possibile esaminare le nostre competenze relazionali attraverso il teatro.  Comunichiamo solo con le parole? usiamo altre forme di comunicazione? Questa la sua prima risposta, citando Shakespeare: “tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e donne non sono che attori” (Come vi piace, Jaques atto II scena VII). Chiaro no? Bene caro Manuel, spiegati meglio:  “Entrando da una porta bianca scorrevole, notai che la stanza dove mi trovavo aveva il parquet per terra, una parete era completamente ricoperta di specchi e, a poca distanza da questi, c’era una sbarra di legno su cui potersi appoggiare. Il primo impatto che ebbi con la sala danza dell’accademia d’arte drammatica dell’Antoniano fu davvero scioccante, mi sentivo costantemente osservato dal più severo dei giudici: me stesso. Il professore di movimento, appena ci mettemmo in cerchio, ci disse: “durante le mie lezioni e, più in generale, su un palcoscenico sappiate che voi non avrete un corpo, voi sarete il vostro corpo”. In altre parole ci stava dicendo che il messaggio di un personaggio arriva al pubblico grazie ai movimenti che, seppur piccoli, hanno un significato preciso nel dipingere le emozioni. Anni più avanti, dopo innumerevoli repliche, svariati personaggi, e una laurea, iniziai a lavorare nelle aziende come consulente e formatore alle tematiche della comunicazione. In uno dei primi corsi che tenni partii –come ho sopra accennato- da una battuta di Shakespeare: “tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e donne non sono che attori” (Come vi piace, Jaques atto II scena VII). Shakespeare ci dice che durante la nostra vita recitiamo sempre una parte, che sia il figlio, lo scolaro, la madre, il consulente, o la manager. Da qui il parallelo tra gli strumenti che ha un attore per far arrivare in maniera efficace il proprio messaggio mentre “recita” su un palco una vita “falsa”, e gli strumenti che hanno a disposizione i manager che “recitano” nella vita “vera” è stato veloce ed efficace: sono gli stessi. Utilizzare le tecniche di un attore aiuta, in prima battuta, ad ascoltare il proprio corpo ed a controllarlo, così da trasmettere un messaggio che sia il più chiaro possibile. Credo sia il caso di fare qualche esempio tratto dal mondo lavorativo. Sono le 18:20 di giovedì, è stata una settimana dura e il venerdì si prospetta ancora una lunga giornata nella vostra azienda. Tra 10 minuti avete l’ultima riunione: “andamento delle vendite del nuovo prodotto”. Nella sala riunioni c’è una temperatura piacevole e la sedia ha uno schienale davvero comodo. Dopo una giornata frenetica siete contenti di poter ascoltare i risultati di un mese di lavoro. Iacopo, il relatore, è seduto ad un capo del tavolo; inizia a parlare, dalla vostra posizione non lo vedete, e comunque lui sta girato verso lo schermo dove sono proiettate le slide, dunque decidete di concentrarvi sulla proiezione appoggiandovi allo schienale e ascoltando il suono della sua voce. Il tono è abbastanza basso e ha una cantilena sempre uguale: inizia le frasi con un volume alto per poi spegnersi alla fine della frase, un po’ come una ninna nanna. Sarà così, per 30 lunghi minuti. Minuti che passerete a lottare contro la noia ed il sonno. Come sarebbe cambiata la vostra attenzione se Iacopo si fosse alzato in piedi per fare la sua presentazione “prendendo la scena”, guadandovi di tanto in tanto negli occhi, muovendosi, sia fisicamente che vocalmente, in modo da rompere la monotonia? Credo proprio sareste stati attenti. Quello che molti dimenticano è che le persone non sono costrette ad ascoltarci, siamo noi che dobbiamo catturare la loro attenzione. Le tecniche del teatro servono proprio a questo: controllare il proprio messaggio e fare in modo che, lo spazio che mi circonda, il verbale, il non verbale e tutti gli strumenti a nostra disposizione, siano delle risorse da usare in maniera consapevole per attirare l’interesse del pubblico e tenere alta l’attenzione. Usare tecniche teatrali nella formazione vuol dire, anche, avere la possibilità di ricreare una situazione reale lavorativa in un ambiente protetto. Come descritto benissimo nel libro “Shakespeare in Business” (Dario Turrini, Franco Angeli), il teatro funge da vera e propria palestra comunicativa, dove si possono mettere in atto le teorie della comunicazione interpersonale. Un contesto dove è sospeso il giudizio, dove si può sbagliare e, soprattutto, dove si hanno dei feedback immediati. Il teatro è un ottimo strumento per fare allenamento comunicativo pratico, cosa che altrimenti saremmo costretti a fare nel mondo “reale” con tutto quello che consegue. Il teatro costringe a porsi quelle domande che raramente ci poniamo: cosa stanno facendo le mie mani? In che direzione è rivolto il mio corpo? Le parole che sto usando sono giuste per il mio messaggio e per il mio uditorio? Ci costringe ad essere controllati dal più severo dei giudici: noi stessi. Il teatro è il migliore strumento a disposizione per chi vuol far toccare con mano la teoria della comunicazione. Perché recitare non vuol dire mentire, bensì trasmettere in maniera efficace un messaggio in maniera naturale e vera. Se ci pensate bene, tutto il mondo è davvero un palcoscenico, dove gli altri sono i nostri specchi e ognuno di noi deve recitare al meglio la propria parte con entrate, battute, colpi di scena e, presto o tardi, uscite.” Grazie Manuel, non potevi che illustrarci al meglio questo “mondo teatrale” per l’analisi della nostra comunicazione diretta ed indiretta. I tuoi esempi, le tue citazioni, i tuoi riferimenti non mi possono che farci destare la voglia di confrontarci con competenza, ogni giorno,  tra colleghi, tra responsabili e collaboratori, tra compratori e venditori, tra manager e sottoposti. E ci hai ricordato quanto l’importanza di un argomento – così  delicato – che deve essere affrontato da formatori professionisti, competenti. Ancora una volta –fino alla noia – mi sento di raccomandare a tutti di evitare le improvvisazioni,  da manuale “istruzioni d’uso”. Sulla comunicazione non si scherza.

Arrivederci alla settimana prossima dove volgere al termine verso  una prima panoramica sulle competenze relazionali. Buona lettura!!

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Stefano Gennari

Esperto di Formazione ed Organizzazione aziendale. E’ un selezionatore del personale per imprese. La società Selezione ORA Sas è specializzata in corsi di formazione per manager e consulenti.

2 COMMENTI
  1. Manuel

    Mi sono accorto che mi è sfuggito un refuso.
    Il titolo del libro di Dario Turrini è
    “To business or not to business? I testi di Shakespeare come modelli comunicativi per il manager e l’azienda”.
    Spero che il mio amico, e maestro, Dario non me ne voglia.

    1. stefano

      grazie manuel per la precisazione!!

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