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Formazione e Lavoro: I conflitti

Questa settimana volevo porre l’attenzione su un’altra competenza relazionale. Il conflitto; rileggendo alcuni commenti postati negli ultimi articoli su GDONews – che  ho trovato sempre molto lineari e del tutto legittimi nei contenuti – ho riscontrato spesso un elemento comune: una certa sofferenza  e  rassegnazione per la gestione di alcuni conflitti tra collaboratori e responsabili di gruppi di lavoro; a conferma di quanto detto, anche nelle mie esperienze consulenziali,organizzative e formative, mi ritrovo con lo stesso atteggiamento. Quasi a dire, “ ….  Per lei è semplice, ma qui è così quindi non possa farci nulla”.

Parto da una premessa fondamentale -  se volete – un po’ scontata; ma, come tutte le cose scontate, è sempre meglio ribadirla e dichiarala.

In tutte le organizzazioni, in tutte le realtà aziendali,  sono presenti  dei  CONFLITTI. Il conflitto fa parte delle relazioni tra individui,  le relazioni sono alla base delle organizzazioni.

Quindi il conflitto  è un processo relazionale e dinamico; quando manifestato, non  rappresenta solo un problema organizzativo ma è un indicatore fondamentale dell’insoddisfazione presente all’interno di una relazione, un segnale che mina un sistema di relazioni interne e quindi ricade sull’organizzazione, non il contrario!!! Un conflitto non sta nella realtà oggettiva ma nella testa delle persone. (Fischer –Ury)

Credo sia centrale come tematica nell’analisi organizzativa delle competenze relazionali; non solo per i conflitti dichiarati, quanto per quelli latenti, che spesso tendiamo a rimandare.

Tempo fa ho dovuto discutere a lungo (un conflitto appunto) per far comprendere ad un manager che nel suo gruppo di lavoro vi erano conflitti non dichiarati, latenti  e  mai affrontati; i risultati comunque positivi dell’andamento del gruppo nascondevano questa anomalia del sistema che prima o poi sarebbe emersa. C’è voluto tempo per convincerlo. Poi  sono riuscito;  “rischiare”di mettere  in discussione quel gruppo nonostante, all’apparenza, circolavano sorrisi di circostanza; singolarmente le persone mi avevano trasmesso un’insoddisfazione individuale molto forte. Nel gruppo accantonavano il problema. Perché? Perché avevano paura di “rompere il giocattolo”; non avevano il coraggio  – e gli strumenti – per affrontarlo.

Abbiamo adottato un criterio soft (con l’aiuto di una collega psicologa) e con dinamiche di gruppo,  giochi e riflessioni,  siamo riusciti a farlo emergere e farlo dipanare lentamente; i risultati sono rimasti positivi con un primo momento di difficoltà – durato pochi mesi – dove alcune dinamiche sono saltate.

Il problema in questi casi non è solo quello di avere un conflitto, ma quello di vederlo e “riconoscerlo”. Come? Anche facendosi aiutare.

Dobbiamo accettare che il conflitto è parte integrante della nostra vita; che nulla è ovvio, che non esiste mai una sola verità!!! Ma molteplici aspetti della “veridicità”!  E soprattutto capire che gli esseri umani –  noi  tutti -  siamo spesso in conflitto!!

Come valutarlo? Ci sono molte strade e molte teorie; suggerisco un metodo semplice: fermarsi ad osservare  - ed ascoltare – quanto ci succede attorno; eliminare alcune maschere di ruolo che ci fanno nascondere le nostre debolezze. A questo punto è più facile accantonare il problema oggettivo e lasciar emergere le questioni in sospeso dal punto di vista relazionare. Far parlare i soggetti e soprattutto ASCOLTARE LE LORO IDEE!!! Su tutte queste osservazioni mi permetto solo una sottolineatura che darebbe spessore al  modo di agire di ognuno verso una presa di coscienza di un conflitto. Evitare che uno voglia  stravincere e l’altro – quindi – costretto a perdere. Anche quando siamo in una situazione di “palese vittoria”,  dobbiamo ricordarci di dare sempre una via di fuga al nostro interlocutore.

Perché?  Perché anche nel torto c’è sempre  qualche cosa di buono, di valido, che potrebbe nascere. Solo così possono entrare  in gioco dando spazio -  e in modo prepotentemente – alle emozioni, ai sentimenti  e quindi  ai nostri comportamenti quotidiani, la capacità di saper lavorare. …. Credo molto nella teoria win -  win  (tutt’altro che rinunciataria o buonista).  Mi fermo qui senza entrare troppo nell’analisi, questo spazio non sarebbe sufficiente.

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Stefano Gennari

Esperto di Formazione ed Organizzazione aziendale. E’ un selezionatore del personale per imprese. La società Selezione ORA Sas è specializzata in corsi di formazione per manager e consulenti.

3 COMMENTI
  1. Aristide Rossetto

    Buongiorno Stefano e compliemnti.
    Mi perdoni se mi rivolgo a Lei privandola del suo meritato titolo accademico, ma l’ho fatto semplicemente per rafforzare il mio pensiero in merito a quanto Lei ha così bene espresso nel suo articolo.
    In una società che vorremmo poter definire “sana” e conseguentemente in ambito lavorativo, non dovremmo ricorrere all’aiuto di Dottori appunto e tanto meno di Psichiatri, ma soltanto di persone dotate di buonsenso, di rispetto e amore verso il Prossimo, in particolare se questo prossimo è parte del meccanismo che fà funzionare l’impresa e ancor di più se l’azienda è tua..
    Questo è il mio punto di vista dalla parte del Titolare, dall’altro, ovvero dalla parte del Collaboratori o Lavoratori che dir si voglia, è che dovrebbero sentirsi anch’essi un pò Titolari di quella Impresa in cui operano e pensare sempre che più sarà pieno il piatto dell’Azienda, più sarà pieno anche il Loro!
    Ma siccome la ns. Società non è affatto sana, auspico che quanto da Lei sopra esposto venga attuato e addirittura inserito nel programma di visite mediche periodiche, ma in questo caso che coinvolga anche i dirigenti, ma in particolare il Datore di lavoro.
    Cordialità e nuovamente complimenti.
    Aristide Rossetto

    P.S. Vi immaginate Marchionne o Berlusconi alla visita medica professionale?!

    1. Stefano Gennari
      stefano gennari

      Carissimo Aristide. Grazie per il suo commento. Condivido la sua “proposta”. Forse non c’è bisogno di chiamarla “visita medica periodica”. Basterebbero alcune “periodiche” analisi organizzative aproposito di relazioni e clima aziendale … buon senso appunto. Condivido. Grazie ancora.
      ps.visto che lo cita, il dott.non mi appartiene, nonostante i miei percorsi professionali e master conseguiti; è un refuso dell’editore del quale ne approfitto per scusarmi.

  2. Aristide Rossetto

    Questo le fà ancor più onore.. ovviamente non di esserne privo, ma l’ammissione di non possederlo. Conosco Persone di grande spessore che non hanno mai dato sfogio di alcun titolo non possedendolo appunto eppure sono a capo di grandi gruppi bancari, e ribadisco gruppi e altre invece che si fregiano di Titoli sul bigliettino da visita piuttosto che sul campanello del condominio.. arrivando anche a firmarsi.. se non addirittura ad usurpare la professione del Dottorato e di ciò le cronache sono piene!
    Grazie anche a Lei, è stato un piacere leggerla e dialogare con Lei.
    Aristide Rossetto

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