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Rapporto Coop 2013 – Ci aspettano anni difficili con un consumatore che rinuncia e cambia abitudini

Ogni anno Coop Italia presenta alla stampa e più in generale alla comunità il risultato di un rapporto che è figlio di una profonda analisi del mercato. Il 5 Settembre il neo Presidente Marco Pedroni assieme a Vice presidente della ANCC COOP Enrico Migliavacca hanno mostrato alla platea in Terrazza Martini a Milano il risultato dello studio appena concluso e che non ha rasserenato le aspettative verso il futuro, come oramai spiegano anche tutti gli analisti finanziari ed economici ad esclusione del nostro Ministro dell’Economia.

L’Italia è ancora nel tunnel della crisi e i bilanci delle famiglie sono sotto pressione. Il quadro complessivo non induce al facile e ingiustificato ottimismo: la diminuzione del reddito disponibile reale nell’arco di appena 6 anni ha superato il 10% (-10,2%) frutto della morsa contrapposta fra salari e stipendi fermi e fiscalità arrivata nel 2012 al valore massimo degli ultimi trent’anni, la disoccupazione è alle stelle (ha toccato il 12% nei primi mesi del 2013, ai massimi dal 1977) e sono soprattutto i più giovani sotto i 18 anni di età a rischiare l’esclusione sociale. Peggio di noi in Europa solo i coetanei bulgari, rumeni, ungheresi e le piccole repubbliche del Baltico, meglio di noi persino i greci e gli spagnoli. C’è poco di che essere soddisfatti e non a caso anche l’indicatore della fiducia in una possibile ripresa segna timidi scostamenti in positivo. Il Bel Paese ha perso il suo appeal e se può ancora vantare il primato della più alta età media della popolazione rispetto all’Ue (l’indice di vecchiaia che rappresenta il peso della popolazione anziana ha toccato quota 108), segno che in Italia se non altro si vive di più, ha ben poche altre frecce al suo arco. Come gli altri Paesi della periferia europea dove la crisi ha permeato maggiormente le abitudini della popolazione, la contrazione sulle capacità di consumo è stata violenta e continua. Mentre nei Paesi del centro Europa i consumi hanno di nuovo superato i livelli pre-crisi, in Italia l’81% della popolazione (ma era il 69% appena due anni fa) dichiara di aver cambiato le proprie abitudini di consumo per risparmiare sulla spesa. La media europea non supera il 63%. Ma c’è anche chi non ce la fa: già oggi sono 3 milioni le famiglie (il 12,3%) che non riescono a permettersi un pasto proteico adeguato ogni 2 giorni con una incidenza del disagio alimentare particolarmente elevata fra gli anziani, i disoccupati, le famiglie numerose e i residenti del Mezzogiorno.

Risparmio, rinunce e consumi privati-La crisi ha poi intaccato la mente e non solo il portafoglio degli italiani e infatti anche in caso di miglioramento della situazione economica ci sono indicatori di risparmio ai quali si dichiara di non voler più rinunciare: tra le varie tendenze il 25% farà più spesso a meno dell’auto, il 23 farà a meno di abiti nuovi e il 16 ridurrà le vacanze (e nell’estate appena finita sono già partiti in meno rispetto al 2012 oltre 4 milioni di persone). La stessa spesa alimentare, a valori reali, torna ai livelli degli anni ’60. Gli italiani insomma sembrano oramai rassegnati a uno stile di vita all’insegna della rinuncia: sia rinunce importanti come i figli (siamo un Paese di figli unici e di famiglie con un solo componente), sia rinunce di tipo economico (dopo anni di accorti e complicati calcoli di risparmio il più risolutivo taglio delle quantità acquistate è diventato dilagante) e i sacrifici non risparmiano più nemmeno i bambini.

Baratto ed Iperconnessione – Addirittura nemmeno più si compra, si cerca il baratto o si ottengono beni e servizi gratis: è il fenomeno in crescita della sharing economy in cui l’accesso al bene è più importante del suo possesso. Sono oltre 120 i siti in Italia che promuovono modalità di consumo condiviso e si scambia di tutto: le più tradizionali case e auto, ma anche biciclette e barche e persino beni non durevoli (vestiti, cibo) o servizi e competenze. La piazza virtuale fa proseliti e se 21 milioni di italiani si limitano a leggere opinioni di altri consumatori (e magari a venirne comunque influenzati), più di 8 milioni partecipano attivamente alle discussioni sui consumi on line. Le comunicazioni sociali, svolte in rete, hanno oramai surclassato il telefono: per le prime in media si perdono oltre 20 minuti al giorno contro i 10 minuti della conversazione via filo. Per 10 milioni poi le procedure di acquisto si sono già invertite: il prodotto si vede sì in negozio, ma si compra online (è il caso dell’abbigliamento che nell’on line registra un + 41% o dei prodotti tecnologici +19%). E’ davvero questo l’unico segnale di dinamismo sul fronte distributivo: l’e-commerce cresce a ritmi sostenuti, prossimi al 20% e supera nel 2013 la soglia dei 10 miliardi di euro.

Le previsioni e la proposta di Coop - “I dati in nostro possesso non autorizzano nessun ottimismo per il prossimo futuro – sostiene Marco Pedroni Presidente di Coop Italia – Accanto ad un piccolo allentamento della ‘sfiducia’ di imprese e famiglie, restano i dati duri della riduzione del potere di acquisto, della contrazione dell’occupazione, di una distribuzione del reddito sfavorevole per i ceti popolari e per una parte importante delle classi medie. Infatti, nonostante veniamo da anni di flessioni molto elevate la ripresa dei consumi alimentari e non alimentari non ci sarà: la stima Coop il prossimo anno è di un ulteriore -0.5% nel food e -6,1% nel non food su una base 2013 già in significativa contrazione (la proiezione a fine anno è di -1,2% food e -7,5% non food). Senza un’azione del Governo a sostegno della domanda interna e un forte impegno degli operatori economici più importanti, a partire dalle banche, chiamati a sostenere le famiglie non ci sarà una ripresa significativa del Paese. Aumentare l’IVA, come realizzare qualsiasi altro provvedimento fiscale non selettivo, sarebbe un errore molto grave. Sostegno alla domanda interna, redistribuzione a favore delle parti deboli, taglio delle spese militari, lotta all’evasione e all’illegalità economica, rilancio delle liberalizzazioni a partire da quelle solo iniziate come per i farmaci e la benzina. Non è certo un caso se gli unici settori lambiti dalla parziale liberalizzazione degli anni passati siano quelli dove i prezzi sono scesi”. “Negli ultimi anni invece sono i prezzi dell’industria ad essere aumentati (+26,9% dal 2005 al 2013) più di quelli della distribuzione (+20,3%) che ha rinunciato a quota di redditività a favore dei consumatori – prosegue Pedroni – Parallelamente però l’industria di marca ha visto contrarsi le proprie vendite (-3% solo negli ultimi 12 mesi) a favore delle marche commerciali e dei primi prezzi. E’ indispensabile che l’industria e la distribuzione italiane lavorino insieme per sostenere la ripresa; un contributo utile può venire se entrambe si pongono con più decisione dalla parte della difesa del potere di acquisto delle famiglie; l’industria può ridurre i prezzi e i margini in percentuale, scommettendo su un possibile aumento dei volumi, mentre la distribuzione deve trasferire senza aggravi il valore sui consumatori. Il compito della distribuzione moderna è infatti quello di venire incontro a famiglie sempre più in difficoltà assorbendo parte dell’inflazione. Storicamente questo è avvenuto, la grande distribuzione è stata un fattore importante di limitazione dell’aumento dei prezzi e Coop è sempre stata in testa a questo processo; non ci tiriamo indietro nemmeno ora impegnandoci per il 2014 a dimezzare l’inflazione alla vendita rispetto a quella all’acquisto; assistiamo infatti a una richiesta elevata di aumento dei prezzi alimentari da parte dei fornitori, anche a causa di una crescita considerevole dei prezzi delle materie prime come cereali, latticini, petrolio e imballi.

Art.62 non così efficace – Il cosiddetto art.62, che definisce i tempi di pagamento della distribuzione verso i fornitori alimentari ha avuto finora conseguenze non coerenti con le intenzioni. La sua applicazione ha trasferito vantaggi finanziari significativi dalla distribuzione alla grande industria alimentare (circa 9 giorni di anticipo pagamenti), mentre per l’industria non c’è evidenza del trasferimento di questo vantaggio verso i propri fornitori, perlopiù produttori agricoli; in sostanza ne ha beneficiato la grande industria, hanno pagato i consumatori e la distribuzione, non hanno avuto vantaggi i produttori agricoli.

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Italo Gherardi

Dottore in Economia e Commercio, esperto di grande distribuzione e finanza della GDO. Dopo aver ricoperto per anni ruoli dirigenziali in ambito bancario ha concentrato la sua attività nella consulenza alla grande distribuzione rivolta alla analisi della solvibilità delle aziende.

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  1. Dani

    Perchè i termini di pagamento si trasferiscano ai produttori agricoli ci vuole il suo tempo, si fa un passo alla volta. Se già la distribuzione ha diminuito i tempi di 9 giorni è qualcosina. Per i tempi medi italiani di strada da fare ce n’è ancora tantissima. I consumatori pagano comunque subito quando acquistano e questo non è cambiato. Per far circolare più denaro bisogna arrivare come nei paesi del nord a pagare le fatture in 14 giorni, le imprese industriali e commerciali devono guadagnare dall’attività propria non dagli interessi del denaro immobilizzato!

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