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Esiste l’asso nella manica per la gestione del rischio di credito in azienda?

Un argomento di particolare attenzione per le imprese,  in un momento storico cosi pieno di incertezze, è certamente rappresentato dalla gestione del  rischio di credito commerciale.

Infatti, l’imponente crisi finanziaria degli ultimi anni, il mutare delle regole della concorrenza, la forte riduzione della marginalità delle vendite,
l’inasprirsi della stretta creditizia da parte degli istituti finanziari, nonché l’allungamento dei tempi di incasso impongono agli imprenditori di porre particolare attenzione alla gestione ed alla tutela dei crediti commerciali.

In un contesto socio-economico così complesso e dinamico, infatti, tutte le organizzazioni sono chiamate ad adattarsi rapidamente ai continui mutamenti esterni con lo scopo di pervenire ad un equilibrio economico/finanziario duraturo nel tempo.

Questa esigenza è ancor più sentita in questo momento di particolare congiuntura in cui i tradizionali “partner”  dell’imprenditore (banche e assicurazioni) tendono a disimpegnarsi ed a prendere le distanze di fronte al profilarsi di un incremento della rischiosità .

In tale ottica appare, quindi, fondamentale la gestione del credito commerciale quale punto di contatto tra le dinamiche economiche e quelle finanziarie che, inevitabilmente, si condizionano reciprocamente.

Pertanto, la gestione del rischio di credito assume sempre maggiore importanza nella conduzione di un qualsiasi organismo aziendale al fine di garantirne l’esistenza di lungo periodo.

Infatti, proprio il mancato pagamento da parte di uno o più clienti strategici potrebbe rivelarsi catastrofico per l’azienda creditrice.

Dall’insolvenza altrui potrebbe nascere un dissesto finanziario che, nel peggiore dei casi, potrebbe risolversi nel fallimento stesso del creditore. Un effetto domino pericolosissimo per la sopravvivenza stessa di ogni azienda.

Il rischio di credito rappresenta, quindi, l’eventualità di una variazione inattesa del merito creditizio di una delle parti di un contratto, la quale
genera una variazione inattesa del valore della controparte creditizia.

Con tale definizione non si contempla il solo caso estremo in cui la controparte debitrice si rende insolvente, ma anche una qualsiasi perdita di
valore o deterioramento del merito creditizio di quest’ultima.

Perciò, la gestione di tale classe di rischio, unitamente alla ricerca di strumenti e tecniche per mitigarne l’esposizione, assume un ruolo centrale nel processo di governo aziendale.

Il rischio di credito dei debitori, infatti, convive costantemente con ogni imprenditore ed è strettamente legato allo svolgimento dell’intera attività
aziendale, comportando la necessaria realizzazione di procedure atte alla sua tutela, oltre che l’utilizzo di strumenti e soluzioni per una sua valida
gestione.

Esiste all’interno delle aziende italiane una funzione preposta alla gestione del rischio di credito?  come viene affrontato e gestito il problema? con quali strumenti?

La risposta è che il 70% delle aziende si pone tale problematica (e comunque ciò non vuol dire che l’abbiano risolta in modo efficace) Questa viene affrontata non solo dalle aziende più grandi che, date le loro più complesse organizzazioni, possono dotarsi di strutture specificatamente dedicate a tale funzione, ma anche da imprese di piccole o medie dimensioni. Tutte riconoscono vitale importanza alla gestione di tale rischio e sono consapevoli che l’improvvisato o il mancato governo dello stesso può generare, per loro, effetti negativi fatali.

Come le aziende italiane si sono organizzate e strutturate al loro interno al fine di gestire rischio di credito?

La maggior parte con:

- la presenza di procedure standard per l’analisi e la gestione della clientela (modelli di credit scoring; attribuzioni di classi di rischio e limiti di
credito; analisi di anzianità dei crediti; procedure di sollecito);

- la gestione degli ordini (termini di pagamento; verifica del limite di fido; blocco dell’ordine);

- la presenza di Sistemi Informativi capaci di produrre informazioni utili per il management;

- la collaborazione con altre fondamentali funzioni aziendali (Tesoreria e Marketing & Vendite).

 

E’ sufficiente tutto questo?

In linea teorica il corretto mix di queste attività  di tipo “preventivo”  può rappresentare  un buon percorso per attenuare il “rischio
credito commerciale” ; nella pratica sarà  una approfondita  analisi  della composizione del parco clienti a suggerire gli interventi più appropriati in funzione di molteplici  criteri di classificazione dei clienti.

Queste scelte, che  il più delle volte sono frutto di una attività svolta in simbiosi dal “credit manager” e dal “responsabile commerciale”, possono andare dalla semplice “informazione commerciale” fornita in outsourcing da aziende specializzate, al calcolo del “livello di rischio” mediante l’utilizzo di modelli di “credit scoring”  fino ad arrivare, per i clienti sui quali vi è una maggior concentrazione di rischio, ad  affiancare alle attività anzidette anche un’analisi di rating vera e propria effettuata da soggetti esterni specializzati.

Cosa offre il mercato in tal senso?

 

Dati dell'autore:
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Italo Gherardi

Dottore in Economia e Commercio, esperto di grande distribuzione e finanza della GDO. Dopo aver ricoperto per anni ruoli dirigenziali in ambito bancario ha concentrato la sua attività nella consulenza alla grande distribuzione rivolta alla analisi della solvibilità delle aziende.

2 COMMENTI
  1. alberto s.

    Mi limito al credito bancario, anche se riflessioni che possono essere estese alle aziende.
    Delle “banche” se ne parla troppo e male .
    1) “i soldi” delle banche sono soldi dei clienti, che li versano per averne disponibilità all’occorrenza. Non dimentichiamolo!!!
    Non sono soldi delle Banche e percio’ necessita una selezione del credito. Oggi le Banche non hanno liquidità , in quanto “stracariche” di immobili di clienti insolventi(..un esempio)
    2) Il problema gestionale della Banca e’ il vero problema, in quanto i maggiori azionisti sono le Fondazioni o soci, che pretendono utili. La gestione perciò spesso e’ politica e non finanziaria.Le Fondazioni erogano (o sperperano) gli utili a enti pubblici e privati per “beneficenza”. Il gatto che si morde la coda, perchè sono costi pagati da clienti , non spesso comprensibili.
    3) La politica della casa in proprietà ha fatto il suo tempo, con ” l’esaltazione ” del lavoro precario.Il lavoro precario e’ sinonimo di mobilità e non radicamento ad un luogo stabile.E’ necessaria una nuova politica di “Housing”( case in affitto), come in altri paesi europei.Oggi le Banche sono proprietarie di una quantità eccessivadi immobili ipotecati a discapito della liquidità e finanziamenti alle aziende.
    4) Molti capitali vengono investiti in borsa , anzichè in aziende , che potrebbero assumere personale.Investimenti finanziari agevolati dalla tassazione del 12,50 % -Tassazione al 20 % sarebbe doverosa per riequilibrare il mercato.
    Sintesi: nuova politica della casa e e cambiamento strutturale delle Banche.

  2. osservatore

    …e pensa, Alberto, che le banche prima di erogare il credito alla loro clientela sono obbligate, dai vari trattati di Basilea, ad effettuare il rating e ad accantonare a riserva una percentuale che aumenta in proporzione alla rischiosità del cliente. Pensa se non facessero nemmeno questo!
    Sarebbe ora che anche noi aziende iniziassimo a tutelare i nostri crediti appoggiandoci a società in grado di fare i rating ai nostri clienti!
    Penso che avremmo sicuramente meno sorprese!
    Prevenire è sempre meglio che curare (antico motto, ma sempre attuale)!

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