GDO News
Nessun commento

A favore dell’art. 62: l’Italia deve correre verso la modernità

L’art.62 del D.L. 1/2012, il decreto Salva Italia, appena entrato in vigore e che, come abbiamo scritto a più riprese, interviene “a gamba tesa” nelle trattative commerciali tra privati che hanno ad oggetto beni deperibili stabilendo termini di pagamento a 30 gg o 60 gg a seconda delle categorie interessate, arriva in un momento storico terribile sotto il profilo economico-politico e per questa ragione moltissimi lettori e molti addetti ai lavori sono spaventati per la loro sopravvivenza. Tale cambio radicale nelle abitudini commerciali è visto dallo scrivente, certo senza la paura di chi deve far fronte ad un enorme problema, come un giro di boa delle consuetudini di noi italiani, troppo abituati a fare business senza avere i soldi e soprattutto un freno (o meglio un tentativo di freno) da opporre a quella Distribuzione Alimentare che surrogava alla sua incapacità a gestire un business sempre più complicato con la forza nella negoziazione contro i fornitori più deboli (circa l’80%).

Il nostro è considerato,a livello internazionale, come un Paese che sotto il profilo imprenditoriale è poco patrimonializzato rispetto a quelli più industrializzati, perché da sempre siamo stati sorretti dal sistema bancario che, con il prestito all’impresa, ha sempre fatto affari a gonfie vele sino ad oggi, momento in cui sta ricevendo in cambio solenni “fregature” ad opera di chi non riesce a far fronte ai debiti pregressi maturati con sostanziosi anticipi di fatture o prestiti non garantiti. Il “pagherò” fa parte della nostra cultura, è come un virus capace di invadere anche i virtuosi se è vero, com’è vero, che mentre Carrefour in Francia paga a 60gg, qui in Italia si allunga felicemente in alcuni casi oltre i 200 gg, e lo stesso dicasi per Auchan. Ci siamo sempre domandati, noi operatori del settore, come fosse possibile tale arroganza, ma non ci siamo mai risposti nella seguente maniera: perché siamo maestri nelle cattive abitudini. Da noi in Italia la regola è sempre stata la seguente: io, Industria, voglio lavorare in Grande Distribuzione? Vado da un Istituto di Credito, faccio presente chi è il mio cliente ed ottengo prestiti ed anticipi di fatture consistenti e sufficienti a fare a mia volta da Banca alla Grande Distribuzione che ha l’abitudine consolidata di pagare abbondantemente dopo aver già venduto la merce che deve ancora pagare. Infatti se io Industria mi oppongo a questa regola, esiste già pronto un concorrente ben felice di sostituirmi. Siamo fatti così noi italiani, siamo furbi e se possiamo trovare un sistema veloce per risolvere un problema lo perseguiamo, senza tenere conto che un domani questo metodo porterà a distorsioni di sistema. Ed è esattamente quello che è avvenuto. La profonda crisi del credito ha messo uno stop a questo circolo vizioso e prodotto situazioni di crisi di liquidità, sia dell’industria che della distribuzione. Ebbene questa legge è contestata sia per il metodo coercitivo utilizzato, che per il momento storico in cui arriva. Ci si domanda, dall’inizio dell’anno, come sia stato possibile che la Moderna Distribuzione, almeno quella che conta (in Parlamento) non si sia opposta ad una legge che la penalizza così profondamente?

Mi sono dato una risposta: perché le aziende che vanno meglio finanziariamente ed economicamente, ovvero che hanno le casse pronte per far fronte alla nuova situazione, trovano in questa legge dello Stato una straordinaria occasione per ottenere due vantaggi in cambio di un nuovo sacrificio economico: il primo è quello di vedere eliminata, implosa, giuridicamente potenzialmente fallita quella parte di concorrenza locale che non è sufficientemente preparata per adeguarsi al nuovo status imposto “ex lege”, il secondo è quello di approfittare di queste situazioni per acquisire a buon mercato quote (di mercato). Di fatto il decreto legge è divenuto esecutivo a partire dallo scorso 24 ottobre. Chi non riuscirà a sopravvivere lo sapremo tra pochi mesi, quando le insolvenze diventeranno tali da dichiarare la disponibilità ai vari concordati o ad essere, appunto, acquisiti. Si comprende che ci troviamo di fronte ad una situazione che ha del tragico, soprattutto per quella distribuzione che non sopravvivrà, per i dipendenti di quella distribuzione, ma anche per quell’industria che non si avvarrà dei crediti dalla distribuzione sopracitata ed a sua volta fallirà e con esse si troveranno per strada anche quei dipendenti. Ma in un’altra situazione storica e meno drammatica, siamo sicuri che questa legge sarebbe passata? Chi scrive è profondamente convinto che mai e poi mai una legge così invasiva sulla libera negoziazione avrebbe avuto vita se quei due presupposti di cui sopra non fossero stati il contraltare in grado di non opporsi alla disposizione di Governo, e la guerra contro di essa sarebbe stata intrapresa e vinta attraverso i loro reciproci rappresentati (indiretti) in Parlamento, anzi, se non era al potere un governo “superpartes” la legge non sarebbe nemmeno stata ipotizzata. L’obbiettivo vorrebbe essere quello secondo cui tra 5 o 10 anni l’art.62 rappresenti una ovvietà commerciale, cioè che si smetta di pensare che il business si può fare senza soldi, anzi peggio ancora, con i soldi degli altri. L’Italia ha l’ambizione di essere un Paese moderno? Allora resista a questa tempesta e prepari un nuovo corso fatto di serietà commerciale e competenza.

Dati dell'autore:
Ha scritto 779 articoli
Dott. Andrea Meneghini

Analista ed esperto di Grande Distribuzione alimentare.E’ un attento osservatore delle dinamiche evolutive dei format discount e supermercati in Italia ed in Europa. Opera come manager per alcuni gruppi alimentari sullo sviluppo all’estero, soprattutto nord Europa e Medio Oriente. Ha scritto il libro per la catena Lillo Spa “Vent’anni di un successo”.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi contrassegnati sono obbligatori *

ARTICOLI CORRELATI

Torna su