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Performance aziendali: come le valuta il mondo finanziario

Nello scorso articolo abbiamo evidenziato come negli ultimi anni, per una serie di ragioni in parte interne al sistema bancario (Basilea 2 e 3) ed in parte esterne (crisi economica tutt’ora in corso e credit crunch), l’importanza di un corretto presidio dell’area finanziaria sia divenuto essenziale per la sopravvivenza delle aziende.
Questo tema è maggiormente importante per il tessuto industriale, artigianale e commerciale italiano in larga parte costituito da imprese di piccole e medie dimensioni spesso con livelli di capitalizzazione molto contenuti in confronto ad aziende dello stesso settore di altri paesi.
Questa settimana iniziamo il nostro percorso di sensibilizzazione finanziaria della GDO cercando di illustrare agli operatori del settore come il mondo finanziario valuta le performances aziendali. Naturalmente questo punto di osservazione può anche differire da quello più marcatamente industriale e commerciale, ben sapendo che comunque i risultati finanziari di un’azienda dipendono quasi sempre dalle scelte di carattere operativo.
Mentre l’operatore industriale o commerciale può dare maggior peso alle potenzialità inespresse dall’azienda, alle eventuali sinergie ed a progetti innovativi, quindi può decidere di investire nell’impresa indipendentemente dai risultati storici, l’operatore finanziario segue logiche diverse. La banca ad esempio è interessata a finanziare realtà economiche in grado di rimborsare i finanziamenti ottenuti: questo significa che, di là delle garanzie, essa focalizzerà l’attenzione sulla capacità dell’impresa di generare flussi di cassa più che sufficienti rispetto ai nuovi impegni assunti. E questa decisione non dovrà basarsi esclusivamente sui piani futuri, per quanto innovativi e ambiziosi. Ancora, il classico fondo di investimento, che acquisisce quote di capitale nelle imprese per sostenerne i progetti di crescita ed ottenere, anche tramite la futura fuoriuscita dal capitale, un rendimento commisurato al rischio sopportato, di solito investe in aziende che hanno già dimostrato ottime capacità reddituali, scartando i progetti troppo ambiziosi da parte di imprese con risultati storici non particolarmente brillanti.
Certo ci sono anche gli operatori finanziari focalizzati su progetti altamente rischiosi ma si tratta di logiche più “aggressive” che hanno pretese remunerative molto elevate, che quindi nulla hanno a che fare con la gestione aziendale e finanziaria quotidiana.
L’interlocutore finanziario che si appresta a valutare una richiesta di finanziamento verificherà quindi la capacità di rimborso da parte dell’impresa, così come l’analista di un fondo di private equity che si appresta a valutare l’interesse ad un investimento azionario si accerterà non solo che i piani di sviluppo dell’impresa siano credibili e sostenibili, ma anche che nel passato essa abbia dimostrato buone capacità reddituali e di generazione di cassa.
A questo punto risulta chiaro che l’impresa che intende richiedere un finanziamento bancario o cerca un nuovo socio di tipo “non industriale” prima dovrà (auto)valutare e dopo dovrà mettere in evidenza queste informazioni per facilitare la lettura del progetto d’impresa, velocizzare i tempi di risposta e in ultima analisi suscitare maggiormente l’interesse dell’interlocutore: questo principio è sempre stato valido ma ha assunto maggiore importanza proprio in questi ultimi anni.
Nel prossimo articolo cercheremo di illustrare in modo sintetico come gli operatori finanziari leggono i bilanci delle aziende individuando tre macro aree di riferimento.

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Dott. Giuseppe Di Napoli

Esperto di analisi finanziaria, svolge da oltre dieci anni l’attività di consulente per piccole, medie e grandi imprese. Nel biennio 2010-2011 è stato responsabile nazionale dell’area Valutazione d’azienda e di business per l’Associazione Italiana degli Analisti Finanziari (aiaf), ente di cui attualmente è socio Responsabile per la Liguria. E’ autore di studi e approfondimenti di carattere finanziario su riviste di settore.

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