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Crisi del no food: soluzioni e limiti del mercato

I dati ISTAT di questi giorni ci hanno restituiscono un ritratto di fine 2011 in decisa flessione per tutto il mercato retail ed il 2012 non è iniziato con i migliori auspici nemmeno per le insegne che sino ad oggi hanno trainato il mercato. Se da un lato l’alimentare soffre la maggiore propensione al risparmio delle famiglie, per scelta o per necessità, il settore del no food è sicuramente quello che soffre maggiormente la crisi.

Le ragioni di questa flessione che dura ormai da tempo sono diverse.

In primo luogo il no food comprende molte categorie assimilabili ai beni durevoli: grandi elettrodomestici e tv in particolare. Quest’ultima categoria negli anni passati è stata sostenuta dagli incentivi per il passaggio al digitale terrestre ed ora ne risente pesantemente tanto che molti gruppi non specializzati considerano queste categorie ormai più come un peso che come un’opportunità. Il ricambio del bene durevole è stato quindi il primo a risentire da un lato la destinazione delle risorse economiche delle famiglie ad altri acquisti più importanti, dall’altro al deciso freno del credito al consumo.

In secondo luogo i prezzi, specialmente in alcune categorie, subiscono da tempo un processo di abbassamento che si riflette sui fatturati, anche a causa della continua pressione promozionale su articoli che comunque attirano sempre il consumatore. Inoltre lo sviluppo di siti internet specializzati, che offrono ormai tutti applicazioni per smartphone, che mettono a confronto i volantini e le offerte promozionali, obbligano i retailer sempre più di frequente al sottocosto.

Altre categorie del non alimentare risentono di prezzi al pubblico in gdo poco competitivi a causa di logiche contrattuali vecchie, troppo concentrate sui premi a fine anno che ne fanno inevitabilmente lievitare il posizionamento al pubblico. Logiche di questo tipo non sono più sostenibili in un mercato che offre su queste categorie (abbigliamento, tessile, casalingo, minuteria, cancelleria, ecc.) occasioni di acquisto per il consumatore diverse e più convenienti, dai mercati rionali ai Retailer specializzato del no food che oramai spuntano ovunque come funghi.

Esiste tuttavia un fatturato inespresso in queste categorie, specialmente nelle strutture medio-piccole, che trova la sua realizzazione nelle offerte fuori banco che hanno, in questo contesto, risultati di sell out migliori che nelle grandi strutture. Questo tipo di attività, però, presuppone grande trasparenza e collaborazione con i fornitori, in genere piccole/medie imprese di servizio oppure grossisti, che si stanno specializzando in attività con il beneficio del reso dell’invenduto. In pratica la depressione dei sell out del comparto no food, che ha provocato e sta continuando a provocare l’erosione degli spazi nel continuativo a vantaggio del food, sta trovando una sua soluzione alternativa nella collaborazione con il fornitore che a sua volta trova rinnovato protagonismo assumendosi il rischio imprenditoriale delle vendite. Ma come spesso capita nei processi di cambiamento, le disfunzioni che si stanno generando rischiano di creare problemi di gestione tali per cui si possono vanificare i tentativi di recupero di fatturati magari non essenziali per la Distribuzione Alimentare ma importanti. Le disfunzioni trovano origine da un lato nell’incapacità dell’industria alla precisa e tempestiva gestione delle note credito come anche nella certezza della merce resa, dall’altro lato non sono esenti da responsabilità le imprese Retail, soprattutto della DO, che attraverso comportamenti spesso prevaricanti, come è stato anche segnalato dai nostri lettori nei commenti su articoli di qualche settimana fa, rivolti a non rispettare i termini di pagamento, in questi casi facendo leva sull’anticipato accredito delle note di credito, e mettendo di conseguenza in difficoltà i fornitori. Se si prende coscienza dell’importanza dell’offerta no food nella DO, che può creare valore aggiunto attraverso la leva del maggior traffico e sull’incremento della battuta – vero problema dell’attuale GDO – allora si deve fare una riflessione sulle regole del gioco che vanno determinate per rendere ancor più effettivo questo nuovo rapporto tra GDO ed pmi (nel comparto no food), fatto di reale collaborazione e condivisione del business. Da un lato deve maturare la scontata selezione naturale dei fornitori davvero in grado di ottemperare agli obblighi che si assumono nel partecipare a questo tipo di business, dall’altro deve esserci un rinnovato atteggiamento di necessaria correttezza, da parte della GDO nel far rispettare ma soprattutto rispettare i tempi di pagamento e la correttezza nella gestione dei pagamenti delle note di credito. Se verranno scritte le regole, firmate e rispettate allora si potrà parlare di una “nuova primavera” dell’offerta no food.

 

 

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Dott. Alessandro Foroni

Esperto di sociologia, organizza reti vendita e merchandising a livello nazionale, prepara i funzionari alla negoziazione con il trade.

4 COMMENTI
  1. Tony

    Mi permetto di aggiungere un paio di annotazione alla sua lucida e puntuale disamina…

    Il mercato dell’abbigliamento… E’ un mercato in calo costante da circa 10 anni nelle sue forme di vendita più tradizionali. La nascita degli outlet e lo sbarco in Italia di gruppi stranieri (francesi e spagnoli in prevalenza) estremamente competitivi e accattivanti hanno eroso la quota del tradizionale e delle GS despecializzate in modo inesorabile…
    Ma questo è forse banale…
    Ancora più mi sento di dire che la crisi del Non Food che è la crisi dei grandi Ipermercati. Negli anni di grande splendore del formato, nel corso degli anni 90 l’Iper era un vero e proprio punti di “informazione” sull’offerta non food prima ancora che un luogo di acquisto… Dove recarsi se non all’Ipermercato per avere una panoramica completa delle ultime novità o per avere una rapida panoramica sullo stato dell’arte dei prezzi. Prima le GSS e poi in modo ancora più forte Internet e le App per gli smartphone (come da lei citato) hanno azzerato questa funzione dell’Ipermercato che lo rendeva un irresistibile punto di attrazione.

  2. francesco

    Ho lavorato all’interno degli ipermercati a cavallo del millennio, ritengo che la crisi degli stessi sia dovuta alla loro mancata tempestività nel riinventarsi in un mercato in forte movimento.

    Al contrario non hanno fatto altro che proliferare senza rendersi conto che il mercato stava cambiando.

    Oggi a mio modesto parere unipermercato a se stante lontano dal paese più di 10 km e senza un complesso commerciale con strutture di GSS costruito all’esterno dello stesso non ha ragione di essere.

    La crisi / il caro benzina rendono oramai secondo me questo format ” da rivedere” urgentemente.

  3. frodo

    se si aasume gente ch se ne intende il non.food riprenderà quota altrimenti tenetiamoci il caporeparto della ferramenta che alelstisce per il tex e viceversa mentre a livello centrale un laureato in lettere firma i contratti commerciali…..qst è la verità

  4. Erni

    Tra poco metteranno l’Iva al 23% con conseguente rialzo della benzina , di tutti i generi di prima necessità e non …. a questo aggiungiamo buste paga sempre più leggere, altri balzelli quali l’imu, aziende e fabbriche chiuderanno causa recessione…. con un simile contesto non vedo proprio la possibilità di crescita, food compreso .

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