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Shopper in plastica: qual’è la verità?

Si è scritto e detto molto in questo inizio anno sul divieto, arrivato in maniera piuttosto inaspettata, della vendita di shopper usa e getta in polipropilene. Il Governo lo scorso Dicembre ha di fatto interrotto la commercializzazione, e quindi la produzione, di questi sacchetti mettendo tutto il settore del commercio, della GDO e i produttori di fronte ad un nuovo problema da affrontare in tempi strettissimi.
Un provvedimento che a prima vista sembra del tutto positivo, soprattutto dal punto di vista ambientale, ha in realtà fatto emergere moltissimi dubbi e proteste, specialmente sul metodo di introduzione e sulla poca chiarezza.
Ma anche nel merito, ovvero sulla reale efficacia dal punto di vista ambientale, dubbi sono stati espressi da fonti autorevoli.
E’ giusto farsi alcune domande.

ALTERNATIVE

Cosa andrà a sostituire i vecchi shopper in polipropilene?
Le alternative di trasporto della spesa sono almeno quattro: la busta biodegradabile (poco resistente, come ammettono gli stessi pruduttori e quindi usa e getta come quella vecchia), la borsa di plastica ma riutilizzabile, quella di tessuto e il sacchetto/scatola di carta.
Molti gruppi della GDO stanno lavorando da anni per preparare la transizione.
Nei supermercati Coop, ad esempio, le alternative ai sacchetti di platica sono apparse già nella primavera del 2009. La sperimentazione partì dalla Unicoop Firenze, dove tutte le spese vennero messe in shopper “verdi” e oggi nei 1440 punti vendita, fra supermercati e ipermercati, le utlime scorte sono in esaurimento. Si parla di aprile come mese in cui finiranno del tutto.
In alcune zone, ad esempio quella di Firenze e la Toscana in generale oltre ad alcune parti d’Emilia, il 60% delle spese viene fatto ormai da più mesi senza richiedere lo shopper e per i clienti Coop, quindi, l’abbandono totale della plastica non è poi una gran rivoluzione.
Anche Auchan può pregiarsi di un primato anti-plastica, visto che già dal luglio 2009 le sue scorte di shopper di plastica erano esaurite. Dopo qualche prima, debole resistenza, i clienti si sarebbero anche in questo caso abituati presto al nuovo corso. E con le buste non immesse sul mercato, questo il calcolo di Auchan, si sarebbe potuta ricoprire una superficie pari a due volte la Toscana.
L’alternativa più gettonata era anche per Auchan il bio-shopper, fragile e quindi gettata via subito. Visto che l’usa e getta era una pratica da abolire, nel settembre 2010 Auchan in collaborazione con il WWF Italia, ha messo a disposizione dei clienti dei suoi 52 punti vendita una borsa multiuso, che ricorda un po’ quella delle nonne ma è disegnata dallo stesso presidente dell’associazione, Fulco Pratesi. E il ricavato va a sostenere le oasi WWF. Auchan però propone anche eco-box di cartone e sacchetti di carta, senza logo, sottolinea l’azienda, perché non si tratta di un’operazione di marketing ma di una campagna di sensibilizzazione ambientale.

RICADUTE SULL’INDUSTRIA

Lo stato di confusione sta mettendo in grosse difficoltà l’industria legata alla produzione di film per shopper e sacchettame – qualche centinaia di aziende tra grandi e piccole – che hanno visto crollare drasticamente gli ordini tra novembre e dicembre. Anche chi dispone di linee adeguate per produrre bio-shopper, qualche decina di filmatori in tutta Italia, allo stato attuale non riesce ad avere sufficienti forniture di materie prime per far fronte alle richieste, mentre i prezzi dei biopolimeri stanno già lievitando, come per altro era prevedibile.
EuPC, la federazione europea delle aziende trasformatrici di materie plastiche, ha già interessato la Commissione Europea per la violazione da parte del Governo italiano della Packaging and Packaging Waste Directive (1994/62/EC). E la Commissione – così fa sapere EuPC – ha già avviato un’indagine conoscitiva per accertare se la normativa italiana viola la direttiva europea.

EFFICACIA AMBIENTALE

Dal punto di vista ambientale il provvedimento si inserisce in un settore, quello del riciclo dei rifiuti, già strutturato nel nostro paese e in continua crescita grazie all’aumento della raccolta differenziata. Sugli effetti di un tale repentino cambio così si esprime Alfeo Mozzato, direttore del C.A.R.P.I., Consorzio Autonomo Riciclo Plastica Italia:
“Il sacchetto biodegradabile nasce con uno scopo ben preciso: quello di diventare rifiuto finalizzato alla raccolta dell’umido. Per questo motivo ha una durata di vita limitata.
Per combattere il nostro cattivo comportamento di distratti abbandonatori di shopper ecco che arriva una punizione generale: un nuovo shopper che si rompe con estrema facilità, che offre minore capacità degli shopper tradizionali e che costa di più. Così un costo diffuso su tutti ci farebbe sentire in regola rispetto ai cattivi comportamenti di alcuni.
Il consumo di shopper in polietilene in Italia ammonta a circa 200.000 tonnellate all’anno. Il polietilene deriva dal petrolio e dovrebbe invece essere sostituito dai nuovi bio-shopper, che derivano dal mais o dal girasole. Per ottenere la stessa quantità di shoppers in bioplastica dovrebbero essere coltivati non meno di 300.000 ettari e consumati almeno un miliardo e 200 milioni di metri cubi d’acqua per irrigarli. L’Italia e l’Europa non hanno la possibilità di sopportare simili consumi di territorio e di risorse idriche. Pertanto i bio-sacchetti (e/o le materia prime per produrli) verranno da altri paesi dell’Oriente, che a loro volta utilizzeranno colture provenienti da paesi del terzo mondo. E anche noi avremo contribuito alla conquista dell’Africa da parte della Cina. […] Alla fine avremo ottenuto l’obbligo di utilizzare un prodotto degradabile, destinato a diventare rifiuto e soggetto ad altri errori di comportamento, poichè verrà qualche volta conferito in raccolta differenziata assieme alla plastica, con la quale non è compatibile, danneggiando così i processi di riciclo e con un tempo di compostabilità diverso (per via delle caratteristiche strutturali) rispetto all’umido… mettendo in difficoltà anche i processi di produzione del compost.
Ne vale la pena?
Anche perché –come sottolinea la direttiva comunitaria- va anche evitato il possibile conferimento in discarica del sacchetto biodegradabile: se finisce in discarica uno shopper in polietilene esso diventa un carbon sink: sarà poco simpatico ma trattiene il carbonio; se invece va in discarica un bio shopper, questo diventa un produttore di metano, che è peggiore del CO2.”

EFFETTI SUI CONSUMATORI

I consumatori accettano di buon grado la novità, anzi per molti il divieto delle buste di plastica sarebbe dovuto entrare in vigore già da anni. Per Altroconsumo il cambio di abitudine si tradurrà anche in una riduzione degli sprechi, visto che in un anno una famiglia potrà risparmiare 6 kg di plastica, l’equivalente di 40 euro.

Insomma, i giudizi sulle conseguenze dell’abbandono repentino degli shopper tradizionali sono variegati e contrastanti. L’impressione è che ancora molta sia la confusione.

[Fonti: IlSole24Ore; Consorzio CARPI]

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Dott. Alessandro Foroni

Esperto di sociologia, organizza reti vendita e merchandising a livello nazionale, prepara i funzionari alla negoziazione con il trade.

2 COMMENTI
  1. Marcello Di Natale

    Buongiorno, leggo oggi con interesse il vostro articolo e vendendo materie plastiche, vorrei maggiormente puntualizzare alcuni aspetti sulle buste Biodegradabili, compostabili.
    Oggi nel mercato si vendono queste buste prodotte con il Mater-Bi, materiale a base di Granturco, ma a me risulta (bisognerebbe farci dire la verità dalla Novamont che ne è il produttore), che per tenere insieme questa specie di farina, usano un Supporto chiamato EVA ( Etilene vinil acetato), che disgregandosi diventerebbe polvere, quindi invece di trovarla per strada, ed una volta raccolta riciclata o smaltita, troveremmo della polvere di plastica che mangeremo, respireremo e berremo. Lo stesso vale per altri shopper prodotti con polietilene ai quali viene aggiunto un altro additivo che ha il super-potere di rendere il materiale addirittura compostabile, cosa che a me da ignorante in chimica, risulta essere una cosa impossibile. Stesso problema polverizza solo la plastica. In questo modo andiamo ad acquistare buste in tessuto che vendono i supermercati ad €.1,00, che sono prodotte in cina e sono difficilmente riciclabili in quanto composte da tessuto, spalmate di plastica e con bottoni in plastica, con una durata di poco superiore alla busta in polietilene. A chi stiamo Aiutando mi viene da pensare ? La plastica se opportunamente riciclata può essere riutilizzata per secoli senza creare danni.
    Facciamo delle buste personalizzate, di spessore maggiore, con un durata maggiore, date in dotazione ai cittadini con un codice identificativo stampato e presente in più parti, in modo da poter multare chi volesse disfarsene in maniera inappropriata. Trovate ?

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