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Ricerca di Mediobanca: in GDO la più sana è Esselunga

Caprotti re dei supermercati italiani. Il patron di Esselunga esce bene dal confronto dei numeri, alla luce dei dati di bilancio 2009 censiti da R&S-Mediobanca. Numero uno assoluto per redditività, Esselunga è anche il gruppo che è cresciuto di più negli ultimi anni, tanto da sorpassare Carrefour nelle vendite al dettaglio. Per giro d’affari, però, il sistema Coop è ancora irraggiungibile: con 11,98 miliardi è il doppio dei suoi più grandi concorrenti. Per fatturato totale (incluso l’ingrosso), Carrefour è seconda con 6,075 miliardi, seguita da Esselunga con 5,83 miliardi (tutto retail). Tuttavia quest’ultima, che negli ultimi cinque anni si è ingrandita di un terzo, ha aumentato le vendite anche lo scorso anno (+4,8%), mentre tutti gli altri player, Coop escluse, hanno visto calare il giro d’affari (-4,2% Carrefour, -5,2% Pam, -2,7% Auchan). Nessuno però batte Caprotti per redditività: basti dire che vanta un Roe (return on equity) che sfiora il 17%, quando gli altri, se non l’hanno negativo, arrivano a malapena al 2%. Eppure non lesina in personale: tra gli scaffali, ogni mille metri quadri, girano 51 addetti contro i 33 delle Coop (per non parlare di Pam che arriva appena a 20). Il fatto è che, pur avendo il minor numero di punti vendita (139 contro i 1.775 di Auchan-Sma che è il marchio più esteso), li fa rendere bene. Il fatturato per metro quadro è infatti di 16mila euro, più del doppio rispetto ai 7mila medi delle Coop (UniCoop Firenze arriva però a 12.451 euro). Ma il segreto è nei “consumi”, la voce di bilancio che rappresenta i costi vivi di acquisto di beni e servizi (senza considerare il costo del personale e gli ammortamenti), che incide per meno del 79% sul fatturato consentendo a Esselunga di esprimere un valore aggiunto al top del settore, pari a oltre il 21% dei ricavi. Il vantaggio è mantenuto fino in fondo, con un utile corrente che si attesta al 6,3% del giro d’affari. Nulla a che vedere con la scarsa redditività dei concorrenti. Il sistema-Coop, che esprime il secondo miglior risultato, arriva appena al 2,1%. E tuttavia il 60% dell’utile corrente non deriva dal core business, bensì dall’attività collaterale, e peculiare, nella gestione finanziaria.
Lo scorso anno infatti le Coop avevano per le mani un tesoretto di 11,8 miliardi, raccolto dai soci-consumatori e impiegati in gran parte in titoli per lo più obbligazionari (6,8 miliardi in tutto). Ma una parte dei fondi (1,5 miliardi) è investita stabilmente nella finanza del sistema: 728 milioni nel controllo di Holmo (57,38% del capitale) che è la holding a capo di Unipol, la compagnia di cui le Coop detengono anche una quota diretta raddoppiata lo scorso anno al 2,5%. Una parte è investita in Carige (66 milioni per l’1,66% del capitale) e in Mps (369 milioni per una quota del 3,6%). Quest’ultima partecipazione continua a far segnare minusvalenze (altri 31 milioni lo scorso anno dopo i 189 milioni del 2008), però nel complesso il portafoglio finanziario delle Coop ha reso quasi il 4%. Meglio dei BoT.

[Via IlSole24Ore]

Dati dell'autore:
Ha scritto 516 articoli
Dott. Alessandro Foroni

Esperto di sociologia, organizza reti vendita e merchandising a livello nazionale, prepara i funzionari alla negoziazione con il trade.

11 COMMENTI
  1. aldo

    Articolo molto interessante apparso sul Sole 24 ore, tra l’altro viene smentito il fatto che il costo del personale è il principale fattore che influisce sul risultato economico. Emerge infatti dall’articolo, che Esselunga pur avendo più dipendenti per pv dei concorrenti ha una redditività per Pv e per MQ superiore, ma non solo ha un redditività superiore ai concorrenti, peraltro interamente creata dalla gestione caratteristica, ma anche il profitto complessivo è superiore e che lo stesso è costruito in tutta la catena del valore

  2. mario

    secondo me e difficile paragonare esselunga e unicoop fiesselunga ha circa 150 punti vendita la magguior parte superstore e supermercati superiori ai 1000 mq unicoop fi ha 6 iper 44 fra supermercati e superstore 40 incoop sotto i 50o 800 mq 12 negozi tradizionali sotto i 200 mq nella mia sezione soci il superstore nel 2009 ha avute vendite 25000 30000 per mq (NON SO LA PRECISA DIMENSIONE)ma sefacciamo la media dei punti vendita della sezione arriviamo ai 13000 la scelta di aprire soltanto superstore ha permesso a esselunga in questo momento di avere il miglior risultato ma ha lasciato intere zone delle regioni dove opera scoperte perche non profittevole per i superstore invece unicoop fi nell espansione romana ha acquistato negozi di vicinato 600 1000 metri 7 punti vendita due sopra 2500 metri e gli altri fa 1000 e 1400 5 punti vendita i dirigenti di unicoop fi hanno dichiarato che le nuove epansioni saranno basate piu sui negozi di vicinato perlomeno a roma che su altre tipologia di vendita e poiche roma rappresenta il0% del mercato italiano e che esselunga guarda ad esso con una prospettiva diversa (superstore) vredremo nel futurochi avra ragione perlomeno nell epansione romana e nazionale

  3. aldo

    Mario, il sole da una resa di 13000€ per MQ ad Unicoop FI, ma io mi soffermerei su tre dati:
    1) MOl= 21%
    2) profitti 6%
    3) numero di dipendenti per pv superiori ai competitors in termini anche di multipli.

    1) In sostanza efficienza in tutta la catena del valore, vuol dire logistica, acquisti, rifornimento che funzionano alla grande, vuol dire anche che i soldi che i fornitori investono hanno ritorni più elevati.

    2) profitto da sola gestione caratteristica (finanza no grazie)

    3) il costo del personale in un azienda ben organizzata dalla A alla Z non è un problema, ma è un punto di forza.
    Proviamo a pensare ai nostri amici di Penny, che scrivono qua.

    Nota: nel rapporto di Mediobanca non c’è Conad.

  4. mario

    comprare carne polacca ortofrutta da un solo fornitore invece che da diversi produttori locali(entro 100km) e carne allevata in italia comprare prodotti prodotti nella tua regione fara il mol piu basso ma secondo me da valore molto di piu ad una azienda in toscana esselunga si allinea alle iniziative dove puo di unicoop fi vale di piu il pil o il bil per un azienda e il suo territorio

  5. aldo

    Cosa è il bil?
    Posizione interessante Mario, ma lontano da quelli che sono gli elementi che nella teoria definiscono un impresa, ma che merita un approfondimento, ma la batteria sta finendo, domani ti giro un paio di domande per comprendere meglio.
    Se è invece una posizione ideologica o politica pur rispettandola, la vedo per me come un campo minato in cui cerco di non infilarmi.
    Ps: non guardate solo i primi due numeri che piacciono agli uomini d’impresa, pensate al fatto che in una azienda ben organizzata, Aldo srl, Mario SPA il personale non è un costo ma un fattore critico di successo, questo vale non tanto per il dito Esselunga o Unicoop Fi, ma per la luna Italia.
    Se è ben organizzata, questo è il punto, noi stiamo a dividerci tra Esselunga e Unicoop Fi ma chi ne esce con le ossa sono altri, ma i maestri nella GDO non erano oltralpe?

  6. aldo

    Escono domani sulla Gazzetta dell’economia, queste mie riflessioni:

    La lezione di Esselunga: spunti di riflessioni per le PMI italiane.

    Nelle scorse settimane Mediobanca ha pubblicato l’annuale rapporto sulla distribuzione italiana, in realtà ha preso in considerazione solo alcune insegne ad esempio non è presente Conad.
    Esselunga si è confermata leader; non per fatturato preceduta da Coop e da altri, ma per redditività a MQ, reddittività per punto vendita, e soprattutto distaccando i concorrenti per utile, infatti Esselunga nel 2009, anno che tutti sappiamo è stato molto difficile, ha remunerato i suoi soci con un 6% di utili.
    I concorrenti analizzati da Mediobanca si sono fermati a risultati negativi o a risultati inferiori, Coop ad esempio ha segnato un profitto del 2% frutto di un risultato negativo derivante dalla parte retail, che è stato compensato dai rendimenti della gestione finanziaria del prestito sociale.
    Questi i risultati di Esselunga, che elementi di riflessione ne possono trarre le PMI italiane?
    A mio avviso almeno tre:
    1) La dimensione a fronte di una chiara strategia e di una sua chiara applicazione diviene un fattore secondario nella competizione con i concorrenti.
    2) Il vantaggio competitivo si costruisce in tutta la catena del valore, non solo nel prodotto finale.
    3) Il costo del lavoro è; se esistono le precedenti due condizioni, un fattore di successo e non una zavorra alla profittabilità ed al successo aziendale.

    1) Esselunga è attualmente più piccola di molti dei propri competitors, anche se ha un tasso di crescita più elevato, ma nella sua storia, ma con maggior forza negli ultimi anni ha perseguito una strategia chiara e di fronte alle difficoltà del mercato non ha derogato ai principi cardine su cui si fonda; cosa che invece hanno fatto molti suoi competitors, che pur avendo dimensioni e risorse maggiori si sono persi nella ricerca del risultato immediato perdendo la rotta verso gli obiettivi di medio e lungo termine.
    2) I risultati di Esselunga nascono da un’attenta gestione di tutta la catena del valore, dagli acquisti, alla logistica, alla gestione degli assortimenti ed ad una precisa e puntuale strategia di che tipologia di punti vendita aprire e dove aprirli.
    In sostanza si lavora con un’ottica di forte integrazione tra i processi e le funzioni aziendali, va anche ricordato che i risultati conseguiti sono di assoluto rilievo, ponendo Esselunga come reddittività per mq al primo posto o trai i primi posti in Europa. Questo dimostra che una impresa ben organizzata riesce a superare anche le gravi e pesanti inefficienze del nostro paese.
    3) Esselunga ha più addetti per punto vendita dei propri competitors, in alcuni casi la differenza è in termini di multipli, il corollario di questo dato è che se un’impresa rispetta le prime due condizioni, il costo del lavoro, ovviamente se gestito con intelligenza, non genera problemi di competitività ma anzi diventa un fattore di successo.
    Allora tutti a copiare Esselunga? La risposta a mio avviso è no, e mi sovviene quello che tutti noi studenti un po’ scavezzacollo abbiamo imparato quando la mamma ci diceva di imitare il primo della classe.
    Noi giustamente pensavamo che non eravamo lui, e che pur con tutta il nostro impegno alla fine e nella migliore delle ipotesi saremmo stati delle brutte copie, ma questo non ci doveva giustificare dal non adattare al nostro carattere i giusti comportamenti e metodi del primo della classe, per cui osservare, imparare ed adattare.

  7. mario

    bil e il benessere interno lordo molto differente dal pil i parametri esaminati non sono soltanto economici passaggio di denaro ma vi sono dati di tScordatevi il Nord operoso che macina ricchezza e incorona Milano regina assoluta del Pil. Quando si parla di «Benessere interno lordo» è tutta un’altra storia. La bussola del «Bil» è puntata verso il triangolo Romagna-Marche-Toscana e premia la provincia di Forlì-Cesena.
    Il Sole 24 Ore del Lunedì, insieme al Centro studi Sintesi, ha raccolto la “sfida” lanciata la settimana scorsa dal Rapporto Stiglitz per andare oltre gli indicatori tradizionali che misurano lo stato di salute dell’economia. Una sorta di gioco senza pretesa di rigore scientifico, che ha per risultato una classifica parallela delle province italiane, dove i mediani riescono a conquistare le prime posizioni. Nessuno scossone invece negli ultimi posti, dove Agrigento, maglia nera per il Pil tradizionale, passa il testimone di ultima classificata nell’indice del benessere alla “cugina” Siracusa.

    Il nuovo indice
    I dubbi sulla capacità del Prodotto interno lordo di decifrare e sintetizzare la performance di un Paese non sono nuovi. Tra i primi a lanciare il sasso è stato Robert Kennedy. «Il Pil misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta», ha detto a chiare lettere in un discorso pronunciato nel marzo 1968 all’Università del Kansas. Quarant’anni dopo la commissione guidata da Joseph Stiglitz, incaricata dal presidente francese Nicholas Sarkozy, riparte dalla ricerca del “benessere pluridimensionale”. Una nuova formula della felicità frutto del mix di otto elementi: le condizioni di vita materiali, la salute, l’istruzione, le attività personali, la partecipazione alla vita politica, i rapporti sociali, l’ambiente, l’insicurezza economica e fisica.
    Dalla ricchezza del Paese il focus si sposta verso l’individuo e la famiglia, con un occhio di riguardo all’ambiente e alla sostenibilità. Per tenere conto non solo della quantità, ma anche della qualità. Tradurre il concetto astratto di benessere in un numero è un’impresa ardua: Il Sole 24 Ore ci ha provato cercando di restringere il campo a otto indicatori in linea con le raccomandazioni contenute nel rapporto.

    I risultati
    La vittoria di Forlì-Cesena si riassume nel punteggio magico di 170,4: ben settanta punti in più rispetto alla media delle 103 province considerate e 21 posizioni guadagnate rispetto alla rigorosa classifica del Pil.
    Si vive più a lungo, in media più di 82 anni, e fuori dalle mura domestiche, per svago o per attività di volontariato. E nelle giornate elettorali si rinuncia alla gita al mare. Alle ultime elezioni europee l’affluenza alle urne ha superato di dodici punti la media nazionale. Non è però tutto oro quello che luccica: la vera nota dolente è la sicurezza personale, con 3mila reati all’anno ogni 100mila persone.

    Fanalino di coda
    Al polo opposto Siracusa, che con 44 punti su cento non supererebbe nemmeno l’esame di maturità, zavorrata dal peso dell’inquinamento ambientale. Solo la settimana scorsa sono state scoperte discariche abusive su una superficie di ben 25mila metri quadrati.
    Il cambio della guardia dal Pil al Bil premia Rieti, che scala 54 posizioni, mentre Roma ne perde 74. Un segnale arriva anche dal Sunia, il sindacato degli inquilini. Sempre più spesso – secondo le ultime stime – molte famiglie lasciano la capitale afflitta del caro-casa per spostarsi nel cuore della Sabinia.
    Infine, Milano, la regina del Pil: deve accontentarsi solo del 37° posto e digerire il boccone amaro dell’insicurezza, con quasi 5.500 reati all’anno ogni 100mila persone.

    21 settembre 2009
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    RISULTATI 108 VOTI
    ipo sociali

  8. aldo

    Ok allora voliamo alti parliamo di Politica con la P maiuscola, e pensare che siamo partiti da scatolette e da supermercati.

    Mario sono temi molto interessanti e su cui tutti noi cittadini abbiamo da riflettere. ma su questo come premesso non ci entro, voelvo però sottolineare che la tua osservazione che la Coop non dovrebbe guardare solo all’utile è condivisibile.

    Infatti le imprese sono divise tra i diversi tipi dal legislatore e dalla teoria, ed in un sistema sano tutte dovrebbero prosperare.

    Quello che però ritengo importante è che le imprese per loro natura devono creare profitto o perlomeno chiudere in pareggio, se non lo fanno, esiste il no-profit, che però non fanno parte del mondo delle imprese e che contestualmente non possono essere valutate con gli strumenti delle imprese.
    Ma per contro non possiamo valutare le imprese con gli strumenti del no-profit.

    il no profit può offrire e produrre servizi o prodotti in concorrenza con le imprese.

    Io con un gruppo di amici, stiamo aiutando con le nostre competenze la realizzazione di un business plan per il recupero e destinazioni miste, sociali ed economiche per sostenere in futuro la parte no profit, in questo caso non ci fossero degli imprenditori disposti a farsi carico dell’investimento iniziale tutto sarebbe solo una bella idea di una onlus.

  9. Raul

    Seguo con interesse i post di Aldo e Mario, dove oltre ad aspetti tecnici, si affrontano problemi sociali. Per gli amanti delle problematiche sociali, riporto parte del discorso di R.Kennedy, riguardo il ” valore” del Pil come indicatore di benessere. Personalmente ritengo che sia un testamento spirituale e un monito di come una classe politica dovrebbe affrontare i problemi di un paese ( dove ci stanno anche e sopratutto le imprese).

    Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

    Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

    Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

    Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

    Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

    Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

    Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

  10. Dott. Frisina Francesco

    Credo umilmente che si sia fatta un poco di confusione. Il mol di esselunga non si aggira attorno al 21% ! Casomai è il valore aggiunto che si attesta su quelle lunghezze d’onda. Ricordo che però il valore aggiunto è un indice significativo, ma ancora al lordo del costo del personale, degli ammortamenti e deprezzamenti beni, nonchè di tutta la parte finanziaria. Gli spunti interessanti di questi dati sono casomai due. In primo luogo l’utile del 6%, che a fronte di quei fatturati per metro quadro, testimonia che la vera forza di esselunga risiede nel capital-turnover, vero motore della redditività, in secondo luogo si rintraccia abbatanza palesemente un netto trade- off tra il costo del personale e vendite. Sebbene questo punto non desti scalpore agli studiosi di economia aziendale, nella pratica questo legame sembra una chimera difficile da afferrare. Bravi loro che riescono a trasformare il vile metallo delle teorie nell’oro della realtà.

  11. aldo

    Ha ragione, Dr. Frisina, era un mio refuso il MOL non c’entra nulla.

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