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Luxottica pioniera del buono spesa: il benefit non monetario costa meno

Sta sollevando un grandissimo interesse l’iniziativa Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, che trovato una sua soluzione per allontanare la sindrome della quarta settimana dei suoi dipendenti, al posto del classico una tantum. I responsabili delle risorse umane e relazioni industriali, Nicola Pelà e Piergiorgio Angeli, lo avevano convinto che la via da percorrere era un’altra, meno paternalista e più moderna. Costruire di comune accordo con il sindacato un welfare aziendale e legarlo a precisi obiettivi di incremento della qualità in fabbrica. E’ nato così un esperimento che sta partendo in questi giorni e che è sicuramente destinato ad animare la discussione oltre che a far scuola.
Ma come funziona il programma welfare targato Luxottica? L’obiettivo è integrare il salario con una serie di benefit non monetari. Se il gruppo mettesse in busta paga 100 euro in più, ai suoi dipendenti ne arriverebbero solo 50 per effetto del cuneo fiscale. Se invece regala loro un carrello della spesa da 110 euro i dipendenti ne risparmiano altrettanti ma all’azienda l’operazione costa molto meno, perché usando il suo potere contrattuale riesce ad ottenere un maxi-sconto dai fornitori. Grazie infatti all’articolo 51 del Testo unico delle imposte sui redditi, l’azienda è esente dalla tassazione per beni e servizi fino a 258 euro. «È tutto regolare – spiega Pelà -. I nostri benefit diventano la terza gamba della retribuzione, una gamba complementare allo stipendio e ai sistemi di incentivazione monetaria tradizionali come quelli previsti per gli straordinari». E proprio il carattere aggiuntivo dei benefit ha tranquillizzato i sindacati.
Iniziative come queste stanno prendendo forma in varie parti d’Italia. Le aziende sono ormai sempre più sensibili a questi tipi di retribuzione alternativa che produce loro un risparmio fiscale e avvantaggia i dipendenti.
La GDO, dal canto suo, si trova di fronte una opportunità eccezionale: veicolare, tramite buoni spesa, nuova clientela nei propri punti vendita, con la prospettiva concreta di incassare di più del valore del buono stesso. L’esperienza dimostra infatti che se il buono spesa ha un valore di almeno 20€ il consumatore percorre anche 25-30 km per usufruire del buono e quando si trova nel supermercato compra in valore maggiore perché ha la sensazione di avere comunque risparmiato. Insomma un vantaggio eccezionale in termini di marketing.
La vera sfida per la GDO è quello di identificare un canale di distribuzione dei propri buoni spesa poiché non è pensabile per ogni singolo gruppo negoziare con le aziende della zona, una ad una.

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Dott. Alessandro Foroni

Esperto di sociologia, organizza reti vendita e merchandising a livello nazionale, prepara i funzionari alla negoziazione con il trade.

2 COMMENTI
  1. Gianni

    Fa impressione che a preoccuparsi di trovare una soluzione concreta al problema della quarta settimana sia un imprenditore che ha la maggior parte dell’azienda negli Usa.. E in più ha pure dovuto trovare un escamotage fiscale! E il governo, l’opposizione, la sinistra ecc dove cavolo sono??

  2. adolfo

    Io invece edo un passo avanti nel rapporto industria-sindacati. La soluzione di Del Vecchio, che ricorda un poco le innovazioni che aveva portato Adriano Olivetti ( tanto decantato dalla sinistra)nei rapporti con i lavoratori, è una soluzione pratica che porta beneficio ad entrambe le parti. Del Vecchio ha ancora 8 mila dipendenti a Belluno, se volesse davvero guadagnare ancora di più delocalizzerebbe tutto in Cina, o negli Stati Uniti in alcuni Stati, ma non lo fa. Invece è interessante il discorso per il retailer: all’estero è normale vedere girare buoni acquisto delle catene alimentari nelle aziende, è un vero e proprio business. Solo in Italia si pensa che il marketing si fa solo con i tre per due..

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